Benvenuti a tutti!
In Italia meno di una donna su due lavora
Le donne fuori dal mercato del lavoro, che non ne ricercano più attivamente uno perché scoraggiate sono 9,6 milioni, cioè il 48,6% del totale
Il 27,1% delle donne “molla” il lavoro dopo la nascita di un figlio
Eppure la relazione tra tasso occupazione è di natalità positiva: più una donna lavora ed è gratificata e maggiore sarà anche la probabilità che faccia più di un figlio
L’Italia è ultima in Europa per fondi dedicati alle politiche famigliari (4,5% del totale delle spese per la protezione sociale, contro l’8,2% della zona euro) . Ma prima per quelli dedicati alle pensioni (50,8% del totale contro il 39,6% della zona euro)
Eppure L'incremento del numero dei nidi del 10% potrebbe far aumentare la probabilità di lavorare delle donne tra il 7% e il 12% . Un aumento del 10 % del part-time potrebbe inoltre far crescere la probabilità di essere occupata dal 5% al 10%.
Numeri e dati estratti dai documenti che trovate nel blog (potete fare una ricerca puntale, inserendo una parola chiave nella barra in alto a destra "cerca")
24 gennaio 2012 - 13:05
Interessante confronto, questo giovedì, tra il Ministro per il Lavoro e la Pari Opportunità e le dirette interessate di molte delle misure proposte da questo dicastero, le donne. L'associazione Pari O Dispare, grazie alla costante e sempre stimolante attività di Emma Bonino, ha organizzato per il 26 a Roma un workshop al quale interverranno tra gli altri Renato Schifani, Presidente del Senato, Annamaria Tarantola Vice Direttore Generale Banca d’Italia, Paolo Reboani, Amministratore Delegato Italia Lavoro e - per parlare delle sfide del Paese, Elsa Fornero. Questo il programma: Scarica Programma PoD 26 gennaio
DOVE: Senato della Repubblica, Palazzo Giustiniani, Sala Zuccari – Via della Dogana Vecchia, 29
QUANDO: giovedì' 26 gennaio ore 16-19
COME: iscrizione obbligatoria su: segretariapod@gmail.com
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Categorie: Bacheca
18 gennaio 2012 - 11:43
Che la famiglia fosse un'ammortizzatore sociale gratuito in Italia già lo sapevamo (vedi post di un po' di tempo fa), ma i dati appena pubblicati di un'indagine Eurobarometro - in occasione dell'inaugurazione dell' anno europeo per l'invecchiamento attivo - confermano che nel nostro Paese le persone anziane dopo aver raggiunto l'età della pensione si mantengono giovani - volenti o nolenti - tappando i buchi delle infrastrutture sociali. Così tengono i piccoli quando non ci sono posti al nido o controllano gli adolescenti quando non c'è il dopo scuola, accorrono dai figli in caso di imprevisti per fare da baby sitter. L'81% degli intervistati infatti sostiene che il maggior contributo degli ove 55 sia la cura dei nipoti e l'83% (10 punti in più rispetto alla media europea) ritiene che queste persone possano dare un sostegno economico alla famiglia. E se gli "anziani" - termine molto relativo se in Italia mediamente si considera anziana una persona sopra i 68 anni, con una media europea di 64 - sono fonte di welfare, chi si prende cura di loro e ha quindi doppi carichi di cura (verso i figli e verso i genitori, o magari i nonni centenari) reclama in Italia non tanto un riconoscimento economico (solo il 27% degli intervistati, contro il 44% europeo) ma prima di tutto tempo, come un lavoro a tempo parziale (35% contro un 23%) o un anno sabbatico finanziato (20% contro 16% degli europei). Questo il documento: Scarica Eurobarometro active aging
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11 gennaio 2012 - 10:59
Interessante provocazione di una società americana, la Red Frog: lasciate che i dipendenti scelgano i loro ritmi di lavoro - suggerisce il fondatore Joe Reynolds, dalle pagine della rivista Inc. - e non solo non ne abuseranno, ma aumenteranno fedeltà all'azienda e produttività. Il giovane imprenditore - che ha ricevuto importanti riconoscimenti come il "Small Business of the year 2011" della Camera nazionale di Commercio e il Chicago Innovation Award - spiega: "Taking vacation at Red Frog is encouraged (and even celebrated). And it's not abused. Ever. By anyone. Simply make sure your work is getting done and make sure you're covered while you're away and that's it—no questions asked. " E lo dice perché ci crede e lo sperimenta sulla sua pelle: "Settimana scorsa ho lavorato più di 100 ore perché avevo una importante scadenza. Ma questa settimana mi godo una buona birra hawaiana facendo surf".
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6 gennaio 2012 - 9:00
Ci sono 10,6 milioni di persone in Europa pronte a lavorare, ma che per motivi diversi non sono immediatamente disponibili o sono scoraggiate, quindi non ricercano in maniera attiva una nuova occupazione.
In Italia quest'ultima categoria - che raggruppa genitori con carichi di cura e giovani con discontinuità professionale tali da comprometterne la crescita professionale - è la più numerosa rispetto al resto d'Europa e rappresenta l'11, 1% della forza lavoro totale. A distanza l'altro Paese dei più scoraggiati è la Bulgaria (8,3%).
Analizzando i dati in un'ottica di genere, le donne sono la maggior parte di coloro che sono "scoraggiati", un esercito di quasi 5 milioni di donne (4,8 milioni di persone) con l'Italia che è in testa a questa poco onorevole classifica.
Questo il link del sito ufficiale
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5 gennaio 2012 - 12:14
Quello che l'altro giorno era un post a metà tra provocazione e amara riflessione oggi è una notizia, sul Corriere della Sera. L'incapacità di staccare dal lavoro - mai un pub, mai un cinema, mai tempo da dedicare a figli e moglie - è una malattia, in inglese itso ovvero incapacity to switch off. Ad ammalarsi è stato Antonio Horta-Osorio, cinquantenne portoghese alla guida del Lloyds Banking Group. Riconosciuti i sintomi - l'impossibilità di muoversi dall'ufficio e di avere un equilibrio tra vita professionale e privata - i medici l'avevano obbligato a dichiarai malato e inabile (temporaneamente) a guidare il gruppo finanziario, uno dei più importanti della City. Gelo e diffidenza da parte del Board della capogruppo: ognuno dei membri ha voluto incontrarlo per verificarne l'affidabilità, come se ammettere di non essere un super-eroe e chiedere un po' di spazio per la vita privata fosse di per sè un segnale negativo. Almeno per la generazione passata di manager, per i quali la itso non è una malattia ma un sano atteggiamento verso il lavoro.
Vi ricordate la scena di Mary Poppins quando il capofamiglia George Banks (mai nome fu più significativo) viene licenziato dalla
Grande Banca? Se ne va sorridendo difronte a tutto il Consiglio di Amministrazione, perché ha scoperto qual'è il vero tesoro, ha compreso il vero significato della parola "famiglia".
Per fortuna pero' qualcosa sta cambiando. Come mi ha scritto una lettrice del blog, Manuela, raccontando un altro sfizioso aneddoto: "Ho anch'io un amico di un amico che lavora in una multinazionale a NY. Negli anni ha messo a punto un'organizzazione ferrea che lascia libera la vita e gli interessi dei suoi collaboratori. Perché è buono? No. Perché, come ha spiegato lui stesso, solo i migliori non vivono di solo lavoro, e lui vuole i migliori."
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Categorie: Assurdità quotidiane
4 gennaio 2012 - 12:13
Introdotta da Prodi, abrogata da Berlusconi la norma sulle dimissioni in bianco è di nuovo nell'agenda del Governo. Per abolire una pratica illegale che obbliga la lavoratrice, all'atto dell'assunzione, a firmare una lettera di dimissioni priva di data che sarà utilizzata al momento del "lieto annuncio", cioè quando la donna annuncerà al suo datore di lavoro che è in cinta. Aggirando così non solo l'articolo 18 ma qualsiasi forma di indennità prevista per legge. Una pratica tutt'altro che marginale, se è vero che (dati Istat) tra il 2008 e il 2009 ben 800mila donne hanno "mollato" in maniera più o meno volontaria il proprio lavoro per motivi legati alla maternità e che anche in una Regione che ha tassi di occupazione europei, la Lombardia, ogni anno 5mila mamme si dimettono. Questa pratica è ora all'attenzione del governo, ha precisato il Ministro del lavoro Elsa Fornero, "in quanto tale pratica pesa fortemente e negativamente sulla condizione lavorativa delle donne e sulla loro stessa dignità, costituendo una vera e propria 'devianza' dai principi di libertà alla base della società civile".
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3 gennaio 2012 - 9:00
Spesso le storie personali valgono più di molti dati statistici. E allora, a proposito di produttività oraria, vi racconto un aneddoto molto significativo. Un amico di un'amica - un po' come nelle storie di Elio, ma questa volta la fonte è certa! - è stato trasferito da Milano a Zurigo per lavorare in una grande banca d'affari. Dopo un mese, una sera mentre si era come d'abitudine attardato in ufficio fino alle "ore piccole" , si è visto arrivare una persona di fianco (strano perché era sempre l'ultimo ad uscire da quell'ufficio, aveva notato un pizzico di fierezza). Era uno psicologo mandato dall'ufficio delle risorse umane. Che gli chiedeva in maniera molto gentile, ma determinata perché fosse ancora lì a quell'ora, se non si trovava bene in città, se aveva problemi di tipo personale a casa o se ancora avesse problemi ad organizzare il proprio lavoro negli orari di ufficio. Un po' diverso dal capo che batte fiero una pacca sulla spalla a chi alle 23 è ancora in ufficio, e con il quale si crea uno spirito di cameratismo che domani sarà premiante anche per la crescita professionale…..Anche questo è i cambiamento culturale necessario nel nostro Paese, non credete?
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2 gennaio 2012 - 12:04
In Italia si lavora di più rispetto agli altri Paesi europei, ma si lavora peggio perché la produttività oraria è nettamente inferiore (grafico tratto dal sito linkiesta.it) . La consuetudine, tutta Italiana, di intendere il lavoro - nella più stretta accezione taylorista - prima di tutto come presenza in ufficio, e di valutarne la qualità in base alle ore spese alla propria postazione è quindi bocciata dai fatti. In base ai dati Eurostat - rielaborati dalla Banca d'Italia - nel 2000 (fatta 100 la media Ue), l’Italia si piazzava a quota 116, 8 punti, meno di Francia (137) e Germania (124) ma più della Spagna (102,7) e della Grecia (75,7). Dieci anni dopo, nel nostro Paese il dato è sceso a 101,5 punti, mentre per Francia (132,7) e Germania (123,7) non ha subito grossi scostamenti.E perfino in Paesi in crisi economica come Spagna (107,9) e Grecia (76,3) è moderatamente salito. In numeri significa per l'Italia una contrazione pari a 15,3 punti di produttività dal duemila all’anno scorso. E questo a fronte di orari di lavoro più lunghi: gli italiani, nel 2010, hanno lavorato mediamente 359 ore più dei tedeschi. In termini assoluti, significa il 25% in più. Insomma si lavora di più, ma si produce meno.
I dati - ripresi e analizzati oggi da un'interessante articolo di Alesina e Giavazzi sul Corriere (a pagina 11) - mostrano che è necessario un cambio sostanziale nell'organizzazione del lavoro, che consenta una maggiore flessibilità, intesa non in senso distorto di precarietà ma in senso positivo in termini di maggiori adattabilità dei tempi e delle modalità dell'impegno professionale in base alle esigenze aziendali. ma perché no anche personali. Problemi che lungi dall'essere disquisizioni teoriche complesse, sono il pane quotidiano per le mamme che lavorano e che chiedono semplicemente di essere giudicate non per quanto tempo stanno incollate alla scrivania - passando sempre in secondo piano rispetto al collega single che alle ore 23 è in ufficio per incontrare il capo, e pazienza se si sta leggendo il giornale o chattando su facebook - ma per quello che fanno ogni giorno, con i loro tempi.
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29 dicembre 2011 - 17:00
Tasso di occupazione inferiore delle mamme rispetto alle donne - diversamente da quanto accade per gli uomini , che quando diventano papà sono anche professionalmente più attivi (il 90,6% dei padri è occupato, contro il 79,8% degli altri) - e tasso di occupazione inversamente proporzionale al numero dei figli: 58,5% per le donne con un figlio, 54% per le donne con due figli mentre solo una tris-mamma su tre lavora (33,3%). I figli spesso sono quindi una "condanna" professionale in Italia: sono inattive il 36% delle donne con un figlio, il 41,5% di quelle con due figli e il 62,0% delle donne con tre figli o più. E anche tra quante "resistono", una su tre ammette che le modalità di lavoro sono inadeguate e vorrebbe dedicare più tempo alla famiglia ( il 29,1%). Questa la fotografia del ritardo italiano fotografata ieri dall'Istat nel report "Conicliazione tra Lavoro e Famiglia". In allegato testo integrale Scarica Istat Conciliazione tra lavoro e famiglia - 28_dic_2011
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19 dicembre 2011 - 21:59
Un interessante tentativo di "fare squadra" - o meglio lobby - e di inserire nell'agenda politica delle prossime elezioni le priorità delle mamme. Accade in America - in Italia ha parlarne è stato Vittorio Zucconi su D, lo scorso sabato - ed è la prima volta che un gruppo demografico così rilevante prova a prendere coscienza di sé, intravede il suo potenziale impatto come ago della bilancia della politica, in maniera trasversale. Questo movimento, lanciato sul sito Cafemom.com, conta già diverse migliaia di iscritte ma potrebbe essere tra le lobby più potenti al mondo (le mamme in America a tutt'oggi sono 85 milioni). Già potenzialmente, perché se su altri fronti - armi, tabacco, prodotti farmaceutici solo per fare qualche esempio - l'interesse finanziario è è alla base della costituzione del gruppo ed è la sua linfa vitale, qui si tratta invece di interessi di tipo più sociale o etico, con risvolti economici. E si entra quindi in una sfera di sensibilità soggettive che sgretola questa "valanga" già al suo formarsi, tra liberiste ed anti abortiste, tra casalinghe e mamme in carriera. Ma nonostante tutto c'è un minimo comune denominatore, la gioia e la fatica di essere madri al giorno d'oggi, il difficile equilibrio socio-economico della famiglia moderna e la necessità di ottenere dallo Stato risposte concrete sulla politica sociale, dal sostegno alla natalità agli investimenti in educazione passando per un mercato del lavoro più flessibile e moms-frineldy.
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