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Flaminia fazi (U2COACH)

Flaminia fazi
Un nome di primo acchito difficile, ma che è molto innovativo. Come l'idea che ha avuto Flaminia Fazi più di dieci anni fa. "C'è una mia amica – dicevano di lei – che non so bene dirti cosa fa ma aiuta le aziende a gestire meglio le proprie risorse". E con il programma Feed The Mom è di muovo all'avanguardia: si tratta di un "pacchetto" offerto ad imprese e dipendenti future mamme per capire le reciproche esigenze e superare l'idea che la maternità è un problema o un ostacolo.

D: Feed The Mom: un progetto di reinserimento e valorizzazione delle donne che è ancora pionieristico qui in Italia. Com’è nata l’idea e quali sono i principali servizi offerti?

R: L’idea viene da lontano, quando il coaching manageriale in Italia era ancora agli inizi e le persone non capivano esattamente cosa io facessi. Il progetto è un “pacchetto” di servizi offerto alle aziende per aiutare i manager e le future mamme a vivere la maternità non come un momento di crisi o rottura di un equilibrio interno all’azienda ma come un fisiologico sviluppo delle risorse da gestire al meglio. In pratica, il pacchetto consiste in due fasi principali. Una preliminare per misurare la “cultura di inclusione di genitorialità in azienda”, cioè per capire come è percepita e vissuta la maternità dall’insieme delle risorse aziendali. E, in base ai risultati, si organizza una serie di incontri di formazione manageriale per far capire al responsabile come va affrontata una maternità all’interno del suo team di lavoro.

D: In teoria è un passaggio fondamentale, ma in pratica pero’ come avviene?

R: Si parte dalle cose più semplici: aiutare ad affrontare la maternità di una collega o di una dipendente non come un costo o una scocciatura, insegnando ad evitare facili battute sul tema – della serie “oh, questa ora non la vediamo per un paio d’anni” – o di considerare l’annuncio un taglio netto nei rapporti professionali. La seconda fase invece è dedicata alla futura mamma, per spiegare anche a lei tutti i cambiamenti che, per forza di cose, ci saranno in ufficio. Quindi con un coach la donna ha il tempo di riorganizzarsi, rallentando i ritmi, imparando a delegare e ridefinendo le proprie priorità. Insomma si tratta di fare un po’ il punto della situazione, da entrambi le parti: datore di lavoro e futura mamma. Perché spesso i rapporti degenerano proprio partendo dalle incomprensioni. Questo supporto continua con il reinserimento della mamma in ufficio, aiutandola a capire quando vuole tornare e in che termini: se ha le idee chiare, sarà più facile parlarne al proprio capo e trovare un accordo comune.

D: Un progetto che sarebbe molto utile, davvero. Ma come hanno reagito le aziende contattate finora?

R: In Italia non c’è ancora una cultura in questo senso, siamo fermi all’idea che la maternità rappresenta un problema e una rottura professionale. Ma devo dire che alcuni grandi gruppi sono stati molti interessati e stanno vagliando il progetto. La prima ad inaugurare il pacchetto è Abbot. Certo, il periodo non è dei migliori e se anche ho riscontrato molta più sensibilità sul tema che in passato, c’è anche molta più attenzione ai costi e agli investimenti. Ma per le aziende più sensibili alla corporate social responsability si tratta di costi marginali, che in 3-5 anni permettono di creare un circolo virtuoso dove tutto lo staff è più attento e sa quindi meglio gestire questa delicata fase della vita personale di una donna, che non esclude certo quella professionale.