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“Cosa fa al lavoro? Dovrebbe essere in obbligatoria!”

Me lo sono sentita dire da un sindacalista,  durante un incontro tecnico che aveva per tema proprio la conciliazione e dove io avevo il ruolo di consulente. Io ero lì con il mio Giacomo, di un mese e mezzo. Perché da libera professionista mi sarebbe spiaciuto cancellare questo incontro – e interrompere un impegno programmato – ma anche perché mi sarebbe spiaciuto lasciare il nano a casa, ed interrompere l'allattamento. Di fatti me lo sono portato dietro e l'ho anche allattato, una volta finita la presentazione . Tra lo sconcerto generale iniziale, che poi però si è trasformato in divertita curiosità. Attenta ai commenti dei lettori del blog – alcuni contrari ad un'occupazione femminile che diventi schizofrenica, o troppo flessibile – preciso che non sto proponendo un nuovo modello di vivere la maternità, ma solo una riflessione (vedi anche post: più lunga la maternità, più corta la carriera ). Perché in Italia ho l'impressione che la neo-mamma sia ancora percepita come una donna sacra, da venerare e da lasciare su un piedistallo, al rapato dal caotico mondo. E questo modello in alcuni casi l'abbiamo ben interiorizzato noi stesse, vivendo questo momento come totalizzante ed escludente da tutto il resto.  Io – forse perché è il terzo figlio – mi riconosco più nella battuta di una mia amica: "ho partorito un figlio, ma il cervello è ancora lì".  E se il Presidente francese ha rilanciato l'anno scorso la possibilità di accorciare la maternità in cambio di un rientro più flessibile nel mondo del lavoro (vedi post "congedo corto, carriera lunga") vuol dire che dietro a foto come quella di Licia Ronzulli che vota al Parlamento europeo co pupo appresso c'è un mondo che sta cambiando, e io non lo vedo come un'opportunità. E voi?

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