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Bonus baby sitter: un’occasione mancata per innovare

Un primo passo avanti è stato fatto, ma a parità di risorse si poteva essere più incisivi. Il bonus di 300 euro al mese per sei mesi che il Governo concederà alle neo-mamme al rientro al lavoro è un primo, importante passo perché al posto di fare misure una tantum che non servono a nulla condiziona il bonus all'iscrizione al nido e al rientro al lavoro. Ma le risorse sono scarse e quindi la misura è lungi dall'avere un impatto strutturale sull'occupazione femminile: 20 milioni di euro l'anno per tre anni, quindi se tutte chiederanno il contributo massimo (1.800 euro in sei mesi) basteranno per poco più di 11 mila madri lavoratrici. E sopratutto una misura sperimentale di questo tipo è già stata fatta a livello regionale in Lombardia, per esempio: stupisce quindi che il Governo non abbia analizzato le politiche regionali per la conciliazione prima di scegliere quale adottare a livello nazionale. Avrebbe scoperto che i voucher sono utili ma che in molto casi i papà si sono lamentati di non poterne usufruire, anche se spesso sono proprio loro – ancora prima dei nidi-  a poter togliere un po' del peso della conciliazione dalle nostre spalle. E avrebbe scoperto che ancora più utile, da quanto è emerso in Lombardia, sono gli incentivi in capo all'azienda per modificare l'organizzazione del lavoro e costruire un welfare aziendale o interaziendale co-finanziato dal privato e quindi più sostenibile nel tempo. Difatti l'ultimo bando del Pirellone, alla luce della precedente sperimentazione, è proprio dedicato a flessibilità e welfare. 

E allora perché non puntare sull'innovazione e il cambiamento culturale? Perché non aumentare quella singola giornata di paternità che di per sé non significa nulla, l'Italia per inciso è fanalino di coda nell'utilizzo degli unici congedi a disposizione dei papà, cioè la facoltativa? Una scelta forte, ma che a parità di risorse avrebbe dato un messaggio molto più chiaro e incisivo. O ancora perché non siglare un patto con le imprese per un welfare sussidiario pubblico-privato che consenta di ripensare – cosa che comunque la crisi ci sta chiedendo di fare – l'organizzazione del lavoro? L'accordo sulla produttività ha dimostrato quanto sia difficile ma al tempo stesso cruciale questo passaggio culturale. E agganciare l'occupazione femminile alla produttività – chi è mamma è abituata a comprime i tempi e lavorare sui risultati,  al di là delle innumerevoli ricerche qui recensite che provano il legame tra flessibilità e produttività – sarebbe stato un modo nuovi di pensare il problema. Al posto di lasciarlo  sempre sulle nostre spalle – solo le mamme ne usufruiranno – e confinarlo nella problematica dei  carichi di cura.