Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Le nuove breadwinner involontarie

Diapositiva1
Nell’ultimo rapporto Istat sul Paese il quarto capitolo è interamente dedicato al mercato del lavoro, e illustra un bilancio in chiaro scuro per l’occupazione femminile. Il “lato B” della crisi (a voler vedere il bicchiere mezzo pieno) è che tra il 2008 e il 20014  64mila nuove donne sono entrate nel mercato del lavoro  (+0,7%), a fronte di un calo dell’occupazione maschile del 6,3% (-875 mila).E che continua ad aumentare la quota di famiglie in cui la donna è l’unica a essere occupata (12,9%  nel 2014 contro 12,5 del 2013 e 9,6 del 2008): un rischio per la stabilità finanziaria della famiglia, certo e una scelta d’obbligo più che un cambiamento culturale. Che però in qualche misura rimescola le carte e rompe vecchi schemi tra le mura domestiche.

Lungi dal “cantar vittoria” il quadro d’insieme è tutt’altro che roseo. La quota di occupate continua a essere molto bassa (il 46,8%), di 12,8 punti inferiore al valore medio Ue, ovvero due milioni e mezzo di donne occupate in meno in Italia. La tenuta registrata nell’occupazione femminile nel nostro Paese è – analizzata più nel dettaglio –  il risultato di un insieme di fattori: il contributo delle occupate straniere, la crescita delle occupate con 50 anni e più per l’innalzamento dell’età pensionabile e l’entrata in questa coorte di età di donne più istruite e più occupate. A questi fattori si aggiunge l’ingresso di donne nel mercato del lavoro per esigenze di sostegno al reddito familiare in presenza di un partner disoccupato.

PART TIME VOLONTARIO E INVOLONTARIO
Ingresso che spesso si realizza con inquadramenti contrattuali atipici o con part time involontari, sintomi questi di un mercato del lavoro “malato”, incapace di esprimere una flessibilità positiva. Prova ne è che il part time involontario  nel 2014 incide in Italia per il 63,3%  del part time, contro il 24,4% nella media Ue. Interessante notare che nella maggioranza delle aziende non c’è alcuna forma di contrattazione oltre il CNL (68,7%) , sintomo dell’incapacità di un dialogo costruttivo tra le parti sociali.

GAP DI GENERE EDUCAZIONE E STIPENDI
Quanto al gap di genere, il divario rimane se si tiene conto del tasso di mancata partecipazione al mercato del lavoro:1 nel 2014 l’indicatore, nel complesso pari a 13,5%, passa dal 12,8% degli uomini al 14,4 % delle donne. Il gap di genere è particolarmente accentuato soprattutto per l’Italia e la Grecia (8%). E anche analizzando gli occupati, c’è un forte gap di genere, evidente analizzando il premio medio associato al possesso di una laurea rispetto al diploma in relazione al livello della retribuzione.  Se da un lato infatti il differenziale retributivo varia per gli uomini tra 11 e 18%, con picchi fino al 150%, per le donne l’ampiezza della variazione è molto più limitata (massimo 50% al Nord) , rimanendo quindi molto al di sotto della controparte maschile. La già rilevante divergenza di genere nei premi retributivi medi diventa particolarmente accentuata per i quantili superiori della distribuzione, suggerendo la presenza di quel “soffitto di cristallo”, che impedisce alle lavoratrici l’accesso alle posizioni al vertice delle aziende ovvero a particolari e sostanziali forme di bonus retributivi caratteristiche di queste posizioni.

Qui tutto il capitolo 4 del Rapporto Annuale IstatISTAT RAPPORTO ANNUALE CAPITOLO 4