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Franco Toffoletto

"Nessun diritto a richiedere maggior flessibilità" . L’avvocato Franco Toffoletto, partner di  Toffoletto e Soci – studio legale specializzato nel diritto del lavoro da quasi un secolo – ci ha chiarito dal punto di vista normativo alcuni aspetti cruciali del rientro al lavoro dopo la maternità, in maniera semplice e precisa .

D: Avvocato, in Italia esiste da parte della lavoratrice il diritto a richiedere un part-time e a trasformare il proprio contratto a tempo pieno in flessibile? E, se s’, la concessione oppure meno è totalmente arbitraria o il rifiuto deve essere motivato da gravi problemi organizzativi?

R: In Italia non esiste un diritto della lavoratrice madre assunta con contratto di lavoro full time ad ottenere la trasformazione del rapporto di lavoro in part-time successivamente alla nascita del bambino. Gli unici casi in cui il datore di lavoro è tenuto a concedere alla lavoratrice richiedente la trasformazione del rapporto di lavoro sono due: l’art. 5 del Decreto Legislativo n. 61/2000 che prevede che in caso di assunzione di nuovo personale a tempo parziale, il datore di lavoro, previa idonea comunicazione, debba prendere preventivamente in considerazione le eventuali domande di trasformazione in tempo parziale di dipendenti full time già in servizio; e l’art. 12 bis, comma 3 del medesimo Decreto che prevede un diritto di precedenza nella trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale a favore della lavoratrice madre con figlio convivente di età inferiore a 13 anni. Infine, sebbene la trasformazione del rapporto in part-time possa essere a tempo indeterminato è consentito alle parti fissare convenzionalmente un termine.

D: Il precedente Governo aveva avanzato una proposta di legge per rendere obbligatorio il part-ime fino ai 3 anni del bambino: un’ipotesi ancora valida? In Europa ci sono altri casi simili?

R: La proposta di legge relativa all’introduzione nell’ordinamento italiano di un obbligo di trasformazione del rapporto di lavoro da full time a part-time nei confronti della lavoratrice madre sino al compimento del terzo anno di età del bambino non ha avuto seguito nel corso della precedente legislatura ed attualmente non è all’esame delle Camere alcun provvedimento analogo.
Inoltre, non mi risulta che a livello europeo esista una legislazione che prevede un obbligo di part-time in favore della lavoratrice madre. Esistono tuttavia alcun normative nazionali quali ad esempio quella francese, tedesca od austriaca che riconoscono alla lavoratrice madre la facoltà di fruire alternativamente di un periodo di aspettativa non retribuita ovvero della trasformazione del rapporto di lavoro in part-time per un periodo determinato successivo alla nascita del bambino (3 anni in Francia e Germania, 7 in Austria). In alcuni paesi, come l¹Olanda, occorre che il datore di lavoro abbia una motivazione valida per rispondere negativamente.

D: Oltre alla flessibilità, spesso ci sono malintesi o convinzioni errate sull’aspettativa. C’è un diritto all’aspettativa non retribuita in aggiunta al congedo maternità ma ad esso legato? Solo per alcuni settori e per alcune categorie?

R: L’ordinamento italiano riconosce alla lavoratrice madre il diritto a fruire di un periodo di aspettativa non retribuita in aggiunta al congedo per maternità indipendentemente dal settore di attività nel quale questa lavori. In particolare, ai sensi dell’art. 32 del Decreto Legislativo n. 151/2001 (Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità) la lavoratrice madre ha diritto, trascorso il periodo di congedo per maternità, ad un’aspettativa non retribuita di 6 mesi da fruirsi continuativamente o in maniera frazionata per ogni bambino di età inferiore ad 8 anni.