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Riccardo Prandini

Riccardo Prandini è professore associato di Sociologia della famiglia e ha curato, insieme a Pierpaolo Donati, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi entrambi presso l’Università di Bologna, la pubblicazione di un volume dell’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia dal titolo “"La cura della famiglia e il mondo del lavoro. Un Piano di politiche familiari" (FrancoAngeli Editore). Lo studio mette a fuoco il tema della conciliazione tra lavoro professionale e cura della famiglia presentando la situazione in Italia – vengono in particolare affrontati i temi dei servizi per l’infanzia, voucher e titoli di accesso per la conciliazione, i sostegni alla maternità e alla paternità (a seguito della legge 53/2000) – e un confronto con le realtà europee, come Francia e Germania. E viene anche fornito uno schema di possibile Piano nazionale di politiche familiari.

D: L’Europa e la conciliazione tra responsabilità familiari e di lavoro: che cosa si sta facendo in Europa? E’ vero che la Francia è un caso d’eccellenza?

R: Per quanto riguarda la Francia, la Cassa Nazionale Allocazioni Familiari offre varie soluzioni di conciliazione dei tempi, in particolare orientate a schemi flessibili di riduzione dell’orario di lavoro e di personalizzazione delle scelte di cura. Questa logica affianca il tema del sostegno alle nascite. Dal 2004 i singoli interventi rientrano in un pacchetto definito PAJE (Prestation d’accueil du jeun enfant). All’interno di questo pacchetto, due misure sono degne di nota: il Complément de libre choix d’activité (contributo che interviene se la madre lavora part-time o non lavora per occuparsi personalmente di uno o più figli piccoli); e anche il complément de libre choix du mode de garde (contributo versato se la madre sceglie di accudire il proprio figlio di età inferiore a 6 anni riducendo l’orario di lavoro o astenendosi temporaneamente dallo stesso (AGED); oppure se si decide di assumere una educatrice familiare (AFEAMA). Ma anche in Germania c’è molta attenzione da parte delle aziende per creare un ambiente family-friendly e a livello federale ci sono  iniziative innovative come le “alleanze locali per le famiglie” e l’iniziativa Audit famiglia & lavoro

D: E in Italia quali sono i punti deboli invece?

R:. In sintesi il sistema italiano di conciliazione lavoro/famiglia non appare adeguatamente sviluppato riguardo a quattro tematiche principali. Prima di tutto gli strumenti ancora poco innovativi, poco diffusi nel territorio e ancora troppo legati all’asse stato-mercato con i quali si affronta il problema. In secondo luogo gli scopi sono ancora troppo incentrati sulla sola ricerca di maggiore occupazione femminile e poco rivolti direttamente alla conciliazione. Inoltre le norme sono fortemente confusive rispetto a temi connessi, ma diversi, delle pari opportunità, delle garanzie in termini di contrattazione e troppo astratte rispetto alla particolarità dei casi che dovrebbero analizzare. Infine i valori di base che non riescono realmente a riconoscere i due insiemi di diritti implicati – da una parte il diritto al lavoro e a lavorare bene e dall’altro il diritto ai tempi familiari – e a connetterli in modo sensato, sviluppando reali politiche di “qualità del tempo” nelle diverse sfere di vita lungo il ciclo di vita familiare. Prendiamo qualche esempio: la diffusione disomogenea dei servizi di cura per l’infanzia e conciliazione lungo il territorio nazionale; la rigidità oraria dei asili nido pubblici e le difficoltà di accesso;; il costo elevato delle soluzioni di cura privato che costituiscono blocchi al loro accesso e talvolta costringono i genitori, le madri in particolare, a rinunciare al lavoro  per occuparsi personalmente della cura del figlio. Rimangono poi poco applicata la normativa nazionale (Legge 53/2000) soprattutto per la parte riguardante il finanziamento alle imprese private per la realizzazione di progetti di conciliazione (art. 9) e l’ultima parte della legge riguardante il coordinamento dei tempi e spazi delle città (art.24-28; Legge 328/2000). In merito poi ai congedi di maternità e parentali, sarebbe bene prevedere formule di fruizione flessibile permettendo al genitore di occuparsi in parte della cura familiare e al contempo dio non perdere il contatto con l’ambiente di lavoro; ruolo spesso residuale del terzo settore nella definizione e nella implementazione di misure di conciliazione.

D: Il part-time: opportunità vera o scelta di ripiego?

R: La disciplina è ancora piuttosto rigida. Principalmente si tratta di una soluzione che non si adatta a tutti i profili professionali e che solleva alcune perplessità sulle modalità di regolazione e utilizzo da parte delle imprese. Inoltre pare ancora non particolarmente interessante e incentivante dal punto di vista del suo costo. Qualora il part-time rappresenti una opzione consapevolmente scelta da un genitore può rappresentare un’opportunità di conciliazione anche a fronte della riduzione di reddito che comporta. Gli ultimi dati pubblicati dall’Istat evidenziano che le imprese italiane presentano una domanda molto bassa di occupazioni part-time, le assunzioni part-time previste per il 2006 rappresentano un 14,1% del totale delle assunzioni. Le donne italiane si sono adeguate ad uno scenario di lavoro strutturato sul  modello male breadwinner con orari di lavoro rigidi e prolungati lungo tutta la giornata. In Italia come nel resto d’Europa sono per lo più le donne che usufruiscono del lavoro a tempo parziale. In Itali la percentuale di donne con occupazione part-time rimane comunque molto bassa (1 su 4) rispetto a Paesi Europei (per i Paesi Bassi si stima che si tratti di 3 donne su 4). Per fornire qualche dato di riferimento aggiuntivo, sempre Istat, ha rilevato che per la maggior parte delle donne (42,3 %) il part-time rappresenta una scelta, mentre per la maggior parte degli uomini (46,8 %) lavora part-time per un’imposizione del datore di lavoro. In alcune esperienze di welfare municipale (Bologna, Forlì, Ferrara) è stato sperimentato un contributo integrativo per i genitori che scelgono la riduzione dell’orario di lavoro. La scarsità dei ricorsi a questo dispositivo a fronte di liste d’attesa al nido ancora molto lunghe si spiega probabilmente facendo riferimento alle rigidità di cui sopra. In merito alle distorsioni che possono nascere dall’utilizzo del part-time si può fare riferimento a “trappole di conciliazione”  nel momento in cui l’orario di lavoro ridotto del genitore costituisce una barriera per l’accesso ad altri servizi di cura che sarebbero comunque necessari per garantire un soddisfacente equilibrio famiglia-lavoro.