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Francesca Zajczyk

Nuovi_padri
Questa simpatica e grintosa donna, dal cognome impronunciabile, è vice-direttore del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale all’Università di Milano Bicocca, dove insegna come professoressa ordinaria Sociologia Urbana, con un’attenzione particolare ad una serie di temi relativi alla città contemporanea e alle sue trasformazioni (tra i quali quello dei tempi della città e della conciliazione tra lavoro e vita privata, soprattutto per le donne). Nell’ultimo libro "Nuovi padri? Mutamenti della paternità in Italia e in Europa" edito da Baldini Castoldi Dalai affronta con Elisabetta Ruspini il delicato tema dell’identità maschile all’interno di una famiglia dove la donna non porta più solo la gonnella….

D: Nella copertina del libro un uomo spinge con una mano la carrozzina mentre con l’altra tiene una ventiquattro ore. Davvero gli uomini stanno imparando a condividere le responsabilità famigliari, dentro e fuori le mura domestiche?

R: Ci sono dei segnali positivi, deboli ma da non trascurare. Il progressivo aumento del tasso di occupazione femminile pone importanti interrogativi rispetto alla costruzione dell’identità e del ruolo privato e pubblico non più solo delle donne, ma anche degli uomini. Se tradizionalmente era la madre casalinga a farsi carico della cura e dell’educazione dei figli e delle attività connesse all’organizzazione quotidiana della vita famigliare – mentre il padre lavoratore breadwinner era investito della responsabilità dell’integrazione economica, politica e sociale del nucleo famigliare – l’aumento delle donne nel mercato del lavoro ha indubbiamente messo in discussione questo assetto. Ma fino a che punto, è tutto da valutare. Il confronto tra le due indagini multiscopo sull’”Uso del tempo” condotte dall’Istat (una tra l’88 e l’89, l’altra tra il 2002 e il 2003) si registra un aumento del tempo maschile per il lavoro famigliare in media di 18 minuti, ma l’incremento sale a 21 minuti per gli uomini più giovani (tra i 25 e i 44 anni) in coppia e con almeno un figlio di età compresa tra 0 e 13 anni. Un incremento minimo ma significativo che ci induce a pensare che gli uomini stanno progressivamente iniziando a ritagliarsi un posto all’interno delle mura domestiche, contribuendo attivamente alla gestione famigliare

D: Se l’intenzione è buona, spesso però i progressi sono ancora scarsi. Cos’è che li frena?

R: C’è senz’altro un problema di stereotipi e un gap di genere che non caratterizza solo l’Italia, peraltro. Sembra che ancora oggi il lavoro extra domestico continui ad essere il principale dovere degli uomini, esenti invece dalle attività di cura della casa e dei famigliari. In un giorno medio settimanale, secondo la più recente ricerca Istat, gli uomini dedicano così al lavoro famigliare solo il 6% di una giornata (1 ora e 32 minuti) contro il 20% (quasi 5 ore) delle donne. Se la donna lavora, l’impegno maschile aumenta solo 24 minuti in più. D’altro canto è chiaro che se mediamente il lavoro maschile è meglio retribuito, pur in presenza di una maggior sensibilità sarà più difficile per il padre ridurre l’impegno professionale. E anche laddove lo volesse fare – usufruendo per esempio del congedo facoltativo a cui hanno diritto entrambi i genitori – sarebbe, anzi è perché ci sono casi documentati, soggetto ad un giudizio sociale esterno ancora negativo, perché il ruolo del maschio lavoratore e capo famiglia è difficile da cambiare. Però bisogna anche aggiungere che c’è un problema tutto interno alla coppia, e relativo alla difficoltà da parte della donna di delegare parte del suo ruolo di mamma e guardiana del focolare domestico. Ciò aggiunge inibizione ad inibizione.

D: C’è qualche misura positiva per coinvolgere maggiormente l’uomo nel lavoro famigliare?

R: Un primo passo è stato la Direttiva europea sui congedi parentali (94/34/Ec), recepita dalla legge 53 del 2000 che riconosce ad entrambi i genitori il diritto ad usufruire di questi permessi per prendersi cura dei propri figli. Ma questo strumento non ha ancora riscosso molto successo tra il "sesso forte": meno dell’1% tra gli uomini impiegati nel settore privato ne hanno usufruito (dati 2004). In Europa accanto a  paesi come Spagna e Polonia, dove lo strumento non decolla, ci sono casi innovativi come Olanda, dove il 18% dei padri lo utilizza, o Svezia, dove addirittura non c’è differenza di genere tra chi ne usufruisce. Forse se ci fossero dei permessi dedicati solo ai padri, e non indistintamente ad uno dei genitori, e ancor più di tipo "obbligatorio" si farebbero ulteriori passi avanti…Questa provocazione significa che occorre agire affinché l’importanza di una nuova figura paterna – non più emblema dell’autorità ma piuttosto attiva presenza accudente – sia riconosciuta e sostenuta dalla società.