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Più lunga la maternità, più corta la carriera

E’ vero, data di due anni fa ma l’analisi del Newsweek è ancora molto attuale (qui riporto il documento originale in inglese Download myth_and_reality_newsweek.doc e ve ne propongo una sintesi in italiano). In sostanza l’ autrice compara le politiche per la famiglia negli Stati Uniti e in Europa e dimostra come, a dispetto dell’apparenza, in un sistema in cui la maternità è più corta e le sovvenzioni pubbliche meno sviluppate le donne si organizzano meglio e hanno qualifiche professionali molto più alte rispetto all’Europa. Dove il sistema troppo "garantista" e complesso del congedo parentale in realtà soffoca al posto di stimolare le mamme.

La frase inglese è ironica e tagliente: "Women, it seems, can have a job—but not a high-powered career" ovvero nella Ue sembra che le donne possano lavorare ma non avere prospettive di carriera di alto livello. Peché questo sistema perverso? Perché – sostiene l’autrice, e mi trova perfettamente d’accordo  – facilitandole nel rimanere a lungo fuori dal mercato del lavoro le si isola, le si tarpano le ali (sono citati studi dell’Ocse e dell’Ilo che provano la correlazione negativa tra durata della maternità e prospettiva professionale al rientro). Una potenziale mamma è vista dall’impresa come un costo e i meriti personali sono spesso offuscati dai rischi di investire in una persona che poi molto probabilmente starà a casa un paio d’anni quando sarà incinta. E viene preso il caso della donna che durante un colloquio si sfila la fede, "prassi ormai molto comune in tutto il Vecchio Continente", sottolinea amareggiata l’autrice dell’articolo. Peraltro se negli Stati Uniti un datore di lavoro che si permettesse di chiedere i progetti personali futuri – come l’intenzione di avere figli o di sposarsi – sarebbe perseguibile per legge in modo semplice ed efficace, qui in Europa il sistema non funziona così bene da proteggere le donne in caso di intromissione nella sfera privata.

Questo elemento – la così detta "protezione che soffoca" – unito ad un sistema fiscale che scoraggia il doppio stipendio e che è basato sulla vetusta concezione del maschio che "guadagna la pagnotta" spiega letteralmente la giornalista del Newsweek (in inglese bread-winner)  – alla fine le porta a rinunciare al lavoro. O comunque a vedere i propri spazi di crescita professionali molto ridotti, accettando spesso forme di part-time che si rivelano una vera e propria trappola ma che sono spesso l’unico strumento a disposizione laddove non esiste una vera flessibilità sul lavoro. E per gli scettici l’articolo porta l’esempio più eclatante: la Francia. Dove circa l’80% delle donne che vuole lavorare può farlo, grazie al sistema di asili e sovvenzioni, ma dove solo il 30% delle professioniste ha incarichi manageriali.

La chiosa dell’articolo? Serve più flessibilità, ma non intesa come part-time, che di per sé ingloba già il concetto di rinuncia ad una parte del lavoro e quindi anche dello stipendio e delle prospettive professionali. Bensì intesa come flessibilità nella struttura organizzativa delle grandi imprese – ancora troppo gerarchiche – e nella gestione dei tempi intesa come lavoro da casa, bonus e incarichi su obbiettivi e non in base al tempo passato in ufficio, ect..Un discorso insomma non di tempo passato al desk ma di qualità del lavoro svolto. Per la verità, da due anni a questa parte qualcosa è cambiato proprio nel senso indicato dall’autrice e si è tornati a parlare di gestione efficiente del tempo e del rapporto tra la qualità della vita dell’impiegato e il suo rendimento. Un altro tema da approfondire!