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Le pratiche discriminatorie esistono?

Molte donne manager di successo si dichiarano contrarie alle quote rose e inneggiano alla meritocrazia. Ma purtroppo ancora oggi a parità di qualifiche e meriti c’è ancora una discriminazione di genere nel mondo del lavoro. A dirlo non è una fervente femminista ma l’Ocse nel suo ultimo rapporto sulle prospettive dell’occupazione 2008 : "le donne continuano ad avere il 20% di opportunità in meno di trovare un lavoro rispetto agli uomini, e sono pagate il 17% in meno rispetto ai loro omologhi maschili. Circa l’8% del questo divario occupazionale e il 30% del divario retributivo tra uomini e donne, è ascrivibile alle pratiche discriminatorie esistenti nel mercato del lavoro". Questa una sintesi in italiano del corposo documento. Download ocse_employment_outlook_italian.pdf 

E’ quindi "indispensabile adottare una legislazione e delle politiche efficaci per combattere la discriminazione. Ma le leggi contro la discriminazione sono efficaci solo se vengono applicate" spiega il documento. Che sviluppa il tema sottolineando come il problema maggiore risieda nel fatto che in tutti i paesi dell’Ocse, l’applicazione di tali leggi dipende essenzialmente dalla volontà delle vittime di rivendicare i propri diritti. Molte persone, però, non conoscono i loro diritti in materia di discriminazione sul posto di lavoro. E anche quando li conoscono, provare di essere vittima di discriminazione è molto difficile, le azioni legali in tribunale sono molto costose, e i benefici finali sono infimi e incerti. "Tutto questo – si legge ancora – scoraggia le vittime dallo sporgere denuncia. I paesi che affrontano seriamente questa problematica forniscono un sostegno giuridico ai querelanti e la loro legislazione prevede evidenti risarcimenti, e propone procedure semplificate per la risoluzione della vertenza". Anche in Italia, aggiungo io, se non la legislazione almeno la sensibilità sul tema della discriminazione si è sviluppata negli ultimi anni: un datore di lavoro (come quello della mia amica, vedi "assurdità quotidiane") che oggi chieda espressamente se la candidata intende avere figli nei prossimi anni è quantomeno incauto perché sa che rischia una denuncia. Forse destinata a perdersi nei meandri del tribunale, così come nel caso di denuncia per demansionamento al rientro dalla maternità, e quasi certamente destinata a compromettere i rapporti professionali…Certo, più il deterrente è forte, migliore e più corretto sarà il comportamento del datore di lavoro. Ma non basta, come sottolinea il rapporto: "per lottare contro la discriminazione nel mercato del lavoro non basta reprimere i comportamenti indesiderati e risarcire le vittime. È anche indispensabile cambiare le mentalità e ridefinire le pratiche socialmente accettabili". Di qui la sempre diffusione del bilancio sociale d’impresa, che è un primo, significativo passo.

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