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Un cane che si morde la coda

Una mia amica, andando ad un colloquio di lavoro qualche giorno fa, si è sfilata la fede. E ha mentito spudoratamente sulle proprie ambizioni personali: "Io un figlio? No, prima la carriera". In realtà vuole un figlio, e vorrebbe anche soddisfazioni professionali visto che è laureata e parla quattro lingue. Ma come lo spieghi ad una persona che ti vede per la prima volta – e deve valutarti in poco tempo – che vuoi e sarai in grado di gestire entrambi? Che non sparirai dall’ufficio per maternità a rischio al secondo mese di gravidanza , che non attaccherai ad un permesso un’aspettativa, che il tuo scopo non è "parcheggiarti" ma lavorare e sei motivata a farlo?

Se si analizza anche l’altra faccia della medaglia, è comprensibile che un imprenditore ci pensi due volte prima di assumere una donna professionalmente qualificata ma anche potenzialmente mamma. Perché con l’attuale sistema – tra congedo maternità, aspettativa e permessi – rischia di non vederla sul posto di lavoro per anni.

Certo, sta al proprio senso di responsabilità non abusare delle garanzie e delle tutele previste per legge, ma basta una "brutta esperienza" per rendere il potenziale datore di lavoro diffidente. Questo sistema, elaborato con il nobile intento di proteggere la neo-mamma, in realtà spesso le nuoce, suo malgrado. Un cane che si morde la coda. Come se ne esce? Il dilemma esiste tutt’oggi e il dibattito è più che mai attuale, anche a livello europeo: come aumentare il tasso di occupazione femminile (in Italia è fermo al 46,6%, in Europa è al 58%), un contributo di cui l’Unione europea per sua stessa ammissione ha "più che mai bisogno"?

Più regole e più protezione – l’ipotesi della Commissione è proprio di aumentare il periodo di congedo e stabilire regole più dettagliate per il rientro al lavoro (troverete una sintesi dettagliata nei "documenti utili")- davvero aiuteranno le mamme o rischieranno di ritorcersi contro di loro? L’esperienza italiana sembra suggerire la seconda … E intanto le donne in età fertile sono troppo spesso ancora viste non come risorse ma come "rischi" per l’impresa. Fino ad ora ne ho sentita una sola, subito censita tra le "best practice", che citava come eccezionale il fatto di aver assunto un’ingeniere donna pur sapendo che era già incinta.

  • Katia |

    Sono perfettamente d’accordo. Lavorando in un ufficio gestione risorse umane di un ente pubblico vedo spesso queste situazioni.
    Donne che stanno un anno e mezzo fuori dal lavoro e quando rientrano sembrano zombi, hanno perso attaccamento al lavoro, voglia di migliorare,sono frustrate dalla situazione a casa e da quella che trovano al lavoro… ci vogliono mesi per reinserirsi e se c’è da dare un incarico di responsabilità loro sono fuori!!
    Ho quasi discusso con una collega che dopo avrer usufruito di tutti i permessi chiedeva ancora se c’erano altre possibilità di stare a casa (premesso che avrebbe una nonna che può accudire i 2 nipoti)che aveva perso di vista che c’era un posto di lavoro che l’aspettava (per fortuna)e che suo figlio non avrebbe sofferto se non avesse avuto latte materno a merenda a 10 mesi!!
    L’altro giorno ho letto di un questionario fatto in Italia e negli altri Paesi europei dove alla domanda : “Pensa che un figlio in età prescolare soffra se la mamma lavora?” in Italia l’81% degli intervistati ha risposto si..
    Questo la dice tutta su come siamo messi!!!!
    Un saluto, grazie di questo blog interessante.
    Katia
    P.S. (non sto scrivendo dal lavoro.. sono in ferie) se no Brunetta mi licenzia!
    P.S.2 Sono stata assunta per mobilità esterna nel mio attuale Ente, 6 anni fa, pur avendo dichiarato al colloquio di essere incinta di un mese. (Dirigente illuminato!!)

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