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Inattività, atipicità e discontinuità.

Sono queste le tre caratteristiche principali che meglio descrivono la partecipazione femminile al mondo del lavoro, secondo l’annuale rapporto dell’ Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori (Isfol), appena pubblicato. Nulla di nuovo sotto il sole ma qualche amara conferma: “Nel mercato del lavoro italiano permangono i ben noti squilibri di genere: il tasso di occupazione femminile supera di poco il 45% , laddove l’obiettivo della Strategia di Lisbona è del 60% entro il 2010,  mentre quello maschile sfiora il 70%.”.

Analizzando i dati, emerge che se da un lato i tassi di crescita dell’occupazione femminile si sono mantenuti superiori a quelli maschili per quasi tutto il periodo 2000-2007 , dall’altro le donne costituiscono ancora solo il 39,5% degli occupati con un tasso di occupazione riferito al 2007 pari al 46,6% (mentre il tasso di disoccupazione delle donne è del 7,9% rispetto alla media italiana del 6,1%).
Tre gli elementi critici – sottolinea il rapporto – del mercato del lavoro per le donne: inattività, atipicità e discontinuità.

Innanzitutto la bassa partecipazione al mercato del lavoro deriva in larga misura – secondo l’Isfol – da: una scarsa partecipazione femminile nel Mezzogiorno, cui si associano una scarsa presenza di donne a livelli decisionali e una dotazione insufficiente di servizi di supporto e di cura (se l’obiettivo della Ue è di coprire almeno un terzo della domanda di servizi all’infanzia per neonati da 0 a 3 anni entro il 2010, l’Italia è ancora ferma al 9,9%) .

Tasso di inattività per genere e regione
 

A livello regionale l’Istituto sottolinea come l’inattività femminile (rapporto tra le non forze di lavoro e la corrispondente popolazione) sia una caratteristica prevalente nel Mezzogiorno (più del 50%) ma a me colpisce anche il fatto che – tranne due eccezioni (Emilia Romagna e Valle d’Aosta) in nessuna regione questo dato è inferiore al 40%, cioè su 10 donne 4 sono fuori dal mercato del lavoro. Un numero considerevole per regioni operose come Lombardia e Veneto, no? Quando anche le donne lavorano la loro presenza sul mercato è caratterizzata da una forte atipicità sul fronte contrattuale e un’accentuata discontinuità occupazionale, legata soprattutto alla maternità e qui si ritorna al problema dei servizi di supporto alle famiglie….

Questa una sintesi del rapporto. Scarica Cartella Stampa Rapporto Isfol 2008

  • bijou |

    leggevo or ora l’articolo sull’attualità della moralità di Marisa Bellisario, esempio importantissimo.
    E anche la fondazione, a distanza di anni, evidenzia il lento cammino rispetto alle attese.
    I pochi numeri evidenziati parlano di rappresentanze femminili nei CDA e nell’imprenditoria, posizioni un pò “lontante” e diverse dalla “società femminile complessiva ” alla quale i miglioramenti in termini di politiche di pari opportunità, porterebbero beneficio.
    Pe rientrare nelle qualità sopraelencate,come si fa a diventare una manager, senza avere alle spalle una famiglia nota oppure l’entourage opportuno?
    Un Esempio:In una realtà femminile “impiegatizia” (appartenenti a gerarchie precise, in determinate aziende medie o grandi)esisteranno delle buoni “doti”. Perchè non vengono mai valorizzate e indotte alla carriera? Perchè i famosi tacchi/pavimenti di cristallo continuano ad esistere? Perchè la valorizzazione delle risorse, soprattutto femminili, nelle aziende è materia ancora nebulosa?
    I motivi li abbiamo appresi e sono la mission di questo interessante blog.
    Ecco perchè i bassi numeri di crescita!

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