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Lilli Gruber

Lilli gruber
Devo ammettere che sono rimasta piacevolmente sorpresa. Mi aspettavo, avendo visto solo la copertina e letto il dorso della presentazione, un libro come tanto su “quelle che ce l’hanno fatta” , peccato che di solito le intervistate siano “figlie di” , spesso senza figli, peraltro, o così eccezionali – come Rita Levi Montalcino – che ne nasce una sola ogni secolo. In ogni caso lontane dalla giungla quotidiana dove devono sopravvivere la maggior parte delle donne e delle mamme. Invece Lilli Gruber spazia dal reparto di maternità romano alla colazione in casa di una donna sola con cinque figli, dal racconto di piccoli preziosi successi imprenditoriali italiani  all’incontro con lo staff tutto femminile del Premier spagnolo Zapatero.  Un viaggio pieno di colori e di esperienze diverse, guidata sempre dalla stessa domanda: perché le donne sono meno presenti nella vita sociale, economica e politica? Si auto-escludono o sono tenute rigorosamente “fuori”? E come fare a riconquistare il tempo – e i ruoli – persi? La sua risposta nell'intervista per la "Révolution en rose": "Sono a favore delle quote rosa perché per troppo tempo ho visto donne in gamba e preparate dover cedere il passo agli uomini senza valide ragioni".

D: La Aspesi nel libro dice che non si può fare tutto al meglio. Eppure nel nord Europa ci riescono. Cosa servirebbe secondo te in Italia per ridurre la cosiddetta "child penality"? 
 
R: Ovunque nel mondo sono sempre le donne a pagare in termini di carriera e di opportunità la scelta di mettere al mondo un figlio, ma si tratta di un prezzo molto diverso a seconda del paese in cui questo figlio si trova a nascere. L’Italia ha ancora molto da imparare da quelli Europei, a cominciare dal Nord Europa. “Svezia, Finlandia e Norvegia tendono a incentivare un riequilibrio nella divisione del lavoro di cura tra i sessi – mi ha spiegato la professoressa Chiara Saraceno – e a sostenere l’occupazione femminile”. C’è da dire che i servizi per bambini, giovani e anziani nei Paesi scandinavi sono ottimi e non ci si aspetta che le famiglie, ovvero le donne, si facciano carico di figli sopra i 18 anni o anziani bisognosi di cure. In Italia, invece, le politiche a favore delle donne sono ancora troppo poche e la casa e gli anziani restano a carico loro, che lavorano più degli uomini – quando riescono a restare nel mercato del lavoro – e continuano a guadagnare meno. La questione è ancora rimessa all’eroismo delle singole. Il risultato? Il nostro è un Paese che invecchia rapidamente, e che si conferma fanalino di coda in tutte le statistiche a livello europeo sull’occupazione femminile. Basterebbe guardare i nostri “vicini di casa”, che considerano questi servizi come qualcosa di essenziale, che alle famiglie – e non solo alle donne! – spetta di diritto, e non un optional da concedere una tantum.  
 
D: Gli investimenti in infrastrutture (asili, tempi della scuola, ect..) sono fondamentali ma non è anche una questione di cultura e di attenzione alle donne da parte della società e delle imprese? 
 
R: Certamente sì. I datori di lavoro – a qualsiasi livello – continuano a ritenere le potenziali mamme un pericolo per la loro attività, e invece di studiare una soluzione concreta preferiscono privarsi delle loro competenze, evitando di assumerle o licenziandole proprio quando mettono al mondo un figlio.
Eppure i Paesi a maggior tasso di occupazione femminile (gli scandinavi, l’Inghilterra, la Francia) sono anche quelli a più alta fecondità: questo conferma che non sono i bambini a penalizzare la carriera delle donne, ma  piuttosto il mancato sostegno pratico alla maternità. Lì dove si è affrontato davvero il problema di conciliare famiglia e carriera – ad esempio con i servizi per la prima infanzia e i congedi parentali per le mamme e i papà – si sono registrati risultati positivi sull’economia. Questo dovrebbe essere un argomento più che sufficiente per convincere anche gli imprenditori e i politici italiani, al di là delle promesse fatte in campagna elettorale.

D: Sembri dispiaciuta, come altre tue intervistate, della mancata introduzione delle quote rosa. E' cosi? E se sì perché? 
 
Lo sono perché per troppo tempo ho visto donne in gamba e preparate dover cedere il passo agli uomini senza valide ragioni. Le donne non sono un pericolo, ma una preziosa opportunità e le quote rosa lo rivendicano: a parità di curriculum i maschi devono stare fermi un giro e permettere all’altra metà del cielo di godere delle stesse opportunità. Anche il sociologo Maurizio Ferrera, nel suo libro “Il fattore D – Perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia” dimostra che se si portasse il livello di occupazione femminile in Italia al 70 per cento (comunque inferiore rispetto alla maggior parte dei Paesi scandinavi) il nostro Pil crescerebbe di oltre il 20 per cento. In una fase delicata come quella che stiamo vivendo, continuare a privarsi delle risorse al femminile è miope e decisamente poco saggio: le economie e i governi che hanno deciso di puntare su meccanismi temporanei di sostegno e di selezione delle competenze delle donne hanno sempre registrato risultati decisamente positivi, ovunque nel mondo.