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Emma Bonino

Emma bonino
“Evitiamo il benaltrismo”. Solo lei, Emma Bonino,  poteva coniare una parola tanto singolare e al tempo stesso tanto puntuale per descrivere “ l’altra malattia tipica del nostro dibattito politico quando si parla di donne: Cioè la mania di rifiutare qualunque proposta di miglioramento perché ci vorrebbe ben altro, con la conseguenza che non ci si muove di un passo”.

Qui non è tanto la vice-presidente del Senato a parlare, ma la donna che a soli 28 anni – e nel lontano ’76, non oggi dove il coinvolgimento di donne e giovani, almeno a parole, è un obiettivo politico dichiarato  – è stata eletta in Parlamento e anche fuori dall’aula è stata protagonista di una lunga stagione di battaglie per i diritti civili. Ecco cosa a raccontato ai lettori della Revolution en Rose sulla vita da equilibriste di noi mamme, sottolineando che in parte forse è anche colpa nostra.

D: Perché in Italia l'unico modo per le donne – quando hanno un figlio – di non mollare il lavoro è ricorrere ad equilibrismi estremi? D'accordo la mancanza di infrastrutture (asili), purtroppo anche di cultura aziendale della conciliazione dei tempi, ma non è che manca anche una coscienza
comune a noi donne?

R:  Ho avuto spesso occasione di dire, parafrasando un film di successo di qualche tempo fa  che  l’Italia “non è un paese per donne “ e non lo è per molti motivi. Il primo è che manca un’offerta di servizi sufficientemente ampia e conveniente che consenta di alleviare il peso delle attività di cura dei bambini e anche, sempre più necessari, per gli anziani. Il secondo di pari importanza è una cultura vecchia che da un lato attribuisce alla donna gran parte del carico e della responsabilità di tutte le attività di cura famigliari (bambini, vecchi, casa, pesci rossi e quant’altro), dall’altro fa sì che i tempi di lavoro aziendali, soprattutto nelle posizioni di responsabilità, presuppongano che a casa ci sia qualcuno che si occupa di tutto, una moglie, appunto. In questa cultura sono immerse anche le donne, che anche se intelligenti e professionalmente motivate, finiscono con il sentirsi in colpa se non riescono a fare tutto e benissimo. Si dimenticano insomma di porsi alcune domande: se sia giusto che tutto sia sulle loro spalle e soprattutto se per caso il fatto che i servizi manchino, le opportunità per loro si inaridiscano non dipenda anche dal fatto che le donne hanno smesso di farsi sentire.

D: Molte subiscono, si rassegnano, non credono più che "entrambe le cose" (lavoro e famiglia) si possano fare. Ma non si lotta più: la politica ci ha tolto i mezzi?

R: La politica toglie i mezzi a chi se gli lascia togliere. Le donne in Italia prima degli anni settanta, pur partendo da una situazione ben più difficile di oggi, i mezzi se li sono presi. Oggi forse è il caso di ricominciare, possibilmente evitando il qualunquismo del “tutto da buttare” o l’altra malattia tipica del nostro dibattito politico quando si parla di donne. Il BENALTRISMO. Cioè la mania di rifiutare qualunque proposta di miglioramento perché ci vorrebbe ben altro, con la conseguenza che non ci si muove di un passo.

D: Lei crede in sistemi di "correzione" delle disuguaglianze, come le quote rosa? Ho letto che, in altro modo, in Europa è stata anche potenziata molto la legislazione che punisce e sanziona in modo efficace le discriminazioni di genere sul lavoro: servirebbe anche in Italia?

R: 
Le discriminazioni vanno sanzionate, non solo quelle di genere , ma anche quelle razziali o di religione o di inclinazione sessuale. In particolare l’Italia diventa sempre più un paese multietnico e quindi dobbiamo intercettare il problema per tempo. Più delicato è il problema delle quote in politica. Ho sostenuto l’inserimento di quote in sistemi democratici appena nati e per un periodo limitato, come in Afghanistan, ma non riesco a rassegnarmi che in Italia si debba ricorrere alle quote. In altri ambiti so che è materia di discussione: per esempio le grandi multinazionali che si sono davvero impegnate per creare opportunità per il loro personale femminile e per riequilibrare il numero di manager donne rispetto agli uomini, hanno finito per adottare degli indicatori molto stringenti, senza i quali il sistema di cooptazione maschile, consapevole o inconsapevole, finiva col rendere lentissimo il cambiamento.
Occorre comunque rendere più visibile il fenomeno: in Italia nessuna azienda (e nessun partito, peraltro) sembra provare imbarazzo a schierare un team di soli maschi nella foto di direzione, mentre in altri paesi sia europei che non, questo è considerato ormai sintomo di scarsa innovazione e modernità, oltre che di scarsa equità nella gestione delle risorse umane. 

  • paola |

    ogni volta che la Bonino parla o agisce riconosco tanto pensiero. Anche questa volta ha ragione: siamo noi le prime a doverci dare da fare per prendere gli spazi che desideriamo prenderci.

  • Flavia |

    Grazie per questo articolo. Ben venga chiederci se non è anche colpa nostra. E condivido in pieno “Le donne in Italia prima degli anni settanta, pur partendo da una situazione ben più difficile di oggi, i mezzi se li sono presi”
    Ogni volta che una dice in Tv o sui giornali, con la puzza sotto il naso: “nooo, io non sono femminista, per carità” mi chiedo cosa cavolo abbia capito del femminismo, e se lo consideri come un cappottino passato di moda, da buttar via perchè tanto il suo dovere l’ha fatto. Quando invece siamo appena all’inizio

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