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Occupazione femminile: nelle grandi imprese, nei servizi ma senza qualifiche e “a tempo”

Dal IV rapporto sull’occupazione femminile e maschile in Lombardia (dati 2006-2007) presentato questa mattina al Pirellone emergono dati interessanti. Il primo: le donne in Lombardia costituiscono quasi la metà degli occupati (il  41,1% ) – il tasso più alto di “femminilizzazione” a Milano (43%), il più  basso a Lecco (26%) – e a livello settoriale circa due terzi (il 72%) lavorano nei servizi.  A livello dimensionale l'occupazione femminile aumenta in base alla grandezza dell’azienda: in quelle con più di mille addetti la percentuale delle donne (46%) è superiore – unico caso – a quella degli uomini (37%).

Iv rapporto sull'occupazione lombarda i numeri
Come vedrete dai dati (riassunti qui a fianco ed esposti nel dettaglio qui sotto) quando scherzando avevo definito la nostra vita lavorativa un imbuto, forse era una metafora azzeccata: le donne vengono assunte in misura maggiore degli uomini (dati 2007) ma con contratti a tempo determinato e hanno minori possibilità di essere confermate alla scadenza. Inoltre pur rappresentando la stragrande maggioranza degli occupati part-time, solo una piccola parte riesce a trasformalo poi in tempo pieno. Infine se ogni 100 uomini occupati ci sono circa 5 dirigenti e 11 quadri,  ogni 100 donne occupate ci sono meno di due dirigenti e 6 quadri.

La “buona novella” è che tra il 2006 e il 2007 l’occupazione femminile (+4,9%) è cresciuta di più di quella maschile (2,6%), soprattutto in quello che è il settore a maggior presenza femminile, i servizi (+6,5%, contro il +1,1% nell’industria). Forse stiamo finalmente recuperando il tristemente famoso gap occupazionale? Solo in parte. I tassi di ricambio – rapporto percentuale tra flussi in entrata e in uscita e totale degli occupati) – indicano valori del 19,3% per gli uomini e del 24,3% per le donne. Ovvero si riconferma la trilogia che contraddistingue il lavoro femminile (vedi in  “documenti utili” il rapporto Isfol 2008) : Inattività, atipicità e discontinuità.

“In confronto agli uomini – si legge in un’anticipazione diffusa oggi durante il convegno “Il lavoro fa bene alle donne” – le donne lavorano meno a tempo indeterminato e più a tempo determinato”: quasi una donna su due (il 42% delle occupate) lavora con contratti “atipici” (a tempo parziale, a tempo determinato, tempo determinato part-time, apprendistato ed altre forme). Tra queste, una su tre (30%) ha un part-time, una su dieci (9,4%) lavora a tempo determinato  – contro il 5,3% degli occupati – e circa la metà delle occupate a tempo determinato (47%) lavora anche in forma “ridotta” (part-time) contro un’incidenza maschile molto più ridotta (20%). Interessante sarebbe fare – ma è già molto il lavoro svolto per questo rapporto – un monitoraggio qualitativo, per capire quanto di questo precariato è “volontario” e dipende da scelte personali e quanto invece è “per default” e cioè scelto in mancanza di un lavoro fisso. 

Un primo indicatore comunque c’è ed è la causa dell’interruzione del rapporto di lavoro: per una donna su tre circa tra quelle che escono dal mercato del lavoro (il 36%) non si tratta di una scelta personale ma della scadenza del contratto, contro una quota maschile del 24%. L’incidenza del contratto a termine sul totale degli occupati è aumentato di quattro punti percentuali per le donne rispetto al precedente biennio (5,5% contro 9,4% per le donne) e di poco più di un punto per gli uomini ( 4,1% contro l’attuale 5,3% per gli uomini). Non solo le donne lombarde sono più precarie, ma hanno anche meno possibilità, rispetto agli uomini, di modificare la loro situazione: le trasformazioni di contratto da tempo determinato ad indeterminato hanno interessato un uomo su due (il 50%) ma solo una donna su tre (39%). E sebbene le donne siano la quasi totalità dei lavoratori ad avere forme di lavoro part-time, anche la trasformazione da un tempo ridotto ad un tempo pieno riguarda in maniera doppia gli uomini (il 12%) rispetto alle donne (solo il 6% riesce a cambiare il proprio rapporto di lavoro in tempo pieno).

“Le  donne vengono assunte in misura maggiore degli uomini – si legge nel rapporto - ma con contratti a tempo determinato, ma hanno minori possibilità di essere confermate alla scadenza e pur rappresentando la stragrande maggioranza degli occupati part-time, solo una piccola parte riesce a trasformalo poi in tempo pieno". Analizzando poi le posizioni ricoperte si vede come “l’imbuto” si stringe: in Lombardia le donne dirigenti sono una su dieci (il 12,7%) e quelle quadro due su dieci (il 23,4%) . Questo dato salta tanto più agli occhi nel settore dei servizi, dove la presenza femminile è maggiore: un lavoratore su due è donna, ma solo una su dieci (il 16%) sarà un dirigente e solo un quarto quadri (il 25%). Riassumendo ogni 100 uomini occupati ci sono circa 5 dirigenti e 11 quadri,   ma ogni 100 donne occupate ci sono meno di due dirigenti e 6 quadri.