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al professor Paolo Barbieri

Non essendo potuta andare, lo scorso 20 gennaio al convegno "Lavoro flessibile: Quali conseguenze? Quali tutele? Quali rappresentanze?" mi sono messa in contatto con il Prof. Paolo Barbieri per cercare di "recuperare" del materiale utile per il blog e ne è nata questa chiaccherata molto vivace e stimolante. Paolo Barbieri è professore associato di di sociologia economica presso la facoltà di Trento. Oltre ad aver organizzato il convegno, sul tema ha recentemente curato curato un numero monografico di Stato e Mercato, una rivista di political economy, edita dal Mulino.  In questa intervsita sostiene che "abbiamo un problema di precarietà che è diventato tale non tanto perchè il mondo del lavoro è diventato piu' flessibile, ma per COME (istituzionalmente) è stata realizzata tale flessibilità e per come (non) funziona il sistema di welfare, ancora orientato a sovraproteggere i vecchi rischi sociali dei "vecchi lavoratori" industrial-fordisti e totalmente impreparato a fronteggiare i nuovi rischi sociali originati in un mercato più flessibile e che (nel nostro Paese) si concentrano solo su alcuni gruppi sociali…

Perché in Italia flessibilità è spesso percepito come un termine negativo, una scelta involontaria più che un'opportunità di lavoro diversa dal solito posto fisso?

Perché in Italia – è piu' in generale nei paesi con sistema di welfare assicurativo-contributivo (originariamente bismarckiano) il welfare protegge in base al contributo assicurativo versato, quindi chi ha carriere sicure, lunghe, tranquille, protette, avrà accesso al sistema di welfare, essendoselo, sostanzialmente, pagato con i contributi. Per gli altri, c'è l'assistenza, che puo' anche non essere marginale (vedi in Germania o Francia).
In tutti questi Paesi "centro/sud europei" comunque, si forma una situazione per cui sul ,sul mercato del lavoro chi ha un lavoro sicuro, sindacalizzato, riesce a maturare l'accesso al welfare, e chi invece ha lavori precari no, tanto più alla luce delle recenti riforme che, in alcuni di essi, hanno allungato il periodo contributivo necessario per accedere ai servizi. Ma perchè qualcuno ha lavori sicuri e altri invece solo lavori precari? Perchè, malauguratamente, negli anni 80-90 si è diffusa l'idea che il mercato del lavoro europeo fosse troppo rigido, troppo bloccato dall'eccesso di protezioni al lavoro – il che non era vero, almeno non in questa forma – e che bastasse "seguire l'esempio USA" e deregolamentare per creare occupazione… Oggi (vedi http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000912.html ) persino gli economisti fanno il mea culpa per aver deificato il mercato  e la deregolamentazione…

In Europa pero', poichè per ragioni politico-sindacali non poteva passare una deregolamentazione "per tutti" , diversi Paesi hanno trovato la soluzione che permetteva loro di deregolamentare (un po' ) il mercato del lavoro e di non scontentare comunque i sindacati: la deregolamentazione 'parziale e selettiva', cioè si deregolamentavano solo le nuove forme contrattuali e si deregolamentava solo per i giovani/le donne…Ora, questo cambiamento in Italia – ma anche in Spagna e Francia-  è avvenuto in modo molto piu' virulento che altrove e molto piu' che altrove su base di coorte.
Non si sono modificate le protezioni e spesso i privilegi (pubblico impiego) delle vecchie coorti di lavoratori ma si sono penalizzate le nuove risorse in entrata, cioè i giovani e le donne neo-assunti. Da noi il problema è poi complicato dal fatto che il nostro sistema di  welfare spende circa due terzi delle risorse  in pension. Un esempio? I costi dell'eliminazione del famoso scalone Maroni, li hanno pagati i cococo, cioè l'hanno pagata con gli accantonamenti pensionistici del fondo pensioni per i cococo. E bisogna sottolineare che non si tratta di solidarietà fra lavoratori, ma di redistribuzione a favore degli "insiders", cioè di coloro che già sono nel mercato del lavoro e con una posizione fissa. : i cococo infatti sono indipendenti e la tanto acclamata solidarietà in un sistema assicurativo è  infra-categoriale all'interno del lavoro dipendente… Questa per spiegare che, in assenza di qualsiasi altro intervento di welfare, la frattura insider/outsider si è cristallizzata e oggi diviene virulenta.

Vorrei però concludere precisando come intendo il termine: la flessibilità è semplicemente un " fatto oggettivo", il portato dell'evoluzione dei mercati, dei modi di produzione, dell'economia e del sistema degli scambi. Ma la gestione della flessibilità (e quindi le sue conseguenze) dipende invece dalle istituzioni – e in particolare dal welfare. L'incapacità di un modello di welfare di "accompagnare" il funzionamento del mercato, di regolarlo e di prevenirne e curarne gli effetti piu' socialmente pesanti, è il problema serio di alcuni paesi occidentali.

Le donne sono più "soggette" al precariato perché il mercato è troppo rigido per permetterle periodi di "stacco"? Ho visto che all'estero i tassi di "rientro" dopo la nascita del primo figlio sono molto alti, mentre da noi c'è una caduta senza ritorno

In Italia le donne sono penalizzate nel mercato del lavoro  perchè non ci sono servizi di welfare che permettano loro di parteciparvi, molto semplicemente. Come si spiega? Si dice che da noi ci sarebbe "la famiglia" come dire che da noi le donne sarebbero (culturalmente? per vocazione? per cosa?) più portate a ocuparsi dei lavori (non pagati) di cura Anche qui, il problema non è il mercato, ma il fatto che di mercato (del lavoro per le donne) ce ne sia troppo poco in questo Paese e che pertanto le donne che vogliono lavorare devono "diventare uomini" cioè devono assumere un modello maschile di attachment al lavoro: 8-9 ore su 5-6 giorni lavorativi (lo vedrai anche tu nel tuo settore…). Ma ancora: non c'è lavoro per le donne (il che vuol dire posti di lavoro ma anche forme di lavoro: part-time vari, aspettative, leave, flessibilità individualizzate, orari ridotti ecc.) perchè il nostro Paese ha un 25% in meno di occupati nei servizi rispetto ad altri stati come nel Nord Europa e negli Stati Uniti ed è proprio questo che viene a mancare per le donne,. Se poi sono giovani donne con lavori atipici,  ritarderanno la nascita del primo figlio e quindi difficilmente si arriva anche al secondo: in Italia il tasso di fertilità è di 1,28 figli a donna, e ne servirebbero 2 per mantenere il livello di sostituzione morti/vivi…

 Cosa ci vorrebbe, secondo Lei, per correggere questo falso sinonimo flessibile-precario? Al Nord ci sono posizioni manageriali a part-time solo per fare un esempio.

Si, ma in Italia, un manager a part-time non fa tanta strada, lo sappiamo: immaginatevi tu un caposervizio a part time quanto durerebbe… In Nord Europa le cose sono diverse, e non solo per un problema "culturale" ma – ancora – per un problema di differenze istituzionali: il modello di flexicurity danese combina un modello del lavoro estremamente flessibile (per tutti, e non solo per qualcuno!!) con un sistema di politiche attive del lavoro e un sistema di welfare molto presenti e in grado di "supportare" (pessimo termine importato dall'inglese) la flessibilità del MdL senza scaricare sulla fasce sociali piu' deboli o meno protette i costi della flessibilità.

Insomma, abbiamo un problema di precarietà che è diventato tale non tanto perchè il mondo del lavoro è diventato piu' flessibile, ma per COME (istituzionalmente) è stata realizzata tale flessibilità e per come (non) funziona il sistema di welfare, ancora orientato a sovraproteggere i vecchi rischi sociali dei "vecchi lavoratori" industrial-fordisti e totalmente impreparato a fronteggiare i nuovi rischi sociali originati in un mercato flessibile e che (nel ns paese) si concentrano solo su alcuni gruppi sociali…