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Monica Pesce

 

Monica pesce

Monica Pesce è consulente presso la società di consulenza Valdani Vicari & Associati e presidente di Pwa  Milano (Professional women’s association) associazione internazionale di professioniste molto dinamica, dalla quale  ho tratto qualche spunto e documento per il blog (come il post sulla presenza femminile nei Cda in Europa). “Una delle peggiori sindromi femminili è quella di Cenerentola – ci spiega in questa intervista -  in perenne attesa che il Principe Azzurro ci salvi, nelle sue diverse e mutevoli varianti: è come se il cambiamento non ci vedesse mai protagoniste, al più comprimarie”.

D: Come sei entrata a far parte di Pwa? Com'è la tua esperienza professionale?

R: Ho iniziato la mia vita lavorativa in consulenza, in Valdani Vicari & Associati, nove anni fa.
Ho scoperto la PWA Milano più o meno 3 anni fa, per caso. Mi sono trasferita a Milano per lavoro e la mia cerchia di amicizie e conoscenze era decisamente dominata dal contesto professionale, sentivo il bisogno di ampliarla e anche di cominciare a costruire una mia rete di conoscenze, che potesse supportarmi anche dal punto di vista professionale. Così sono andata su google ed ho digitato tre parole “networking professional Milan” ed eccola apparire. Mi sono presentata allo speaker meeting successivo, c’era Margaret Heffernan che presentava il suo libro “The naked truth” e sono rimasta incantata. Quando l’evento è finito mi sono sentita ispirata, piena di energie e circondata da donne di tutte le culture e nazionalità, che condividevano il desiderio di supportarsi in un difficile percorso di crescita professionale. Mi sono iscritta immediatamente e per quasi due anni sono stata quella che si definisce una “member attiva”: ho supportato il board scrivendo articoli per la newsletter, cercando di avere una presenza abbastanza costante agli eventi (l’accoglienza delle nuove ospiti è critica per il successo del network), aiutando nell’organizzazione di alcune survey. Nel settembre del 2007 ero ad Oslo alla W.I.N. Conference e mi sono ritrovata a parlare con Mirella Visser, la Presidente del Board della EuropeanPWN di cui siamo parte, di come avrei voluto che fosse la PWA Milano, di cosa si poteva migliorare e della necessità di cambiare una certa mentalità diffusa nel nostro paese e ho realizzato che era arrivato il momento di mettermi in gioco in prima persona. Una delle peggiori sindromi femminili è quella di Cenerentola, in perenne attesa che il Principe Azzurro ci salvi, nelle sue diverse e mutevoli varianti: è come se il cambiamento non ci vedesse mai protagoniste, al più comprimarie. In PWA Milan ho trovato un contesto stimolante, multiculturale e divertente all’interno del quale non solo ho la possibilità di allargare continuamente il mio network e supportare ed essere supportata da altre donne straordinarie, ma in uesto preciso momento storico e sociale ritengo che insieme abbiamo davvero la possibilità di contribuire al cambiamento: di mentalità, di atteggiamento (anche nostro), di ambizioni.

D: Avendo un punto di vista privilegiato a livello europeo, cosa contraddistingue l'Italia rispetto ad altri Paesi? Le donne sono meno brave o interessate a fare "sistema" o ad organizzarsi in associazioni d'interesse professionale?

R: Su questo punto ritengo che esista un elemento culturale che è assolutamente unisex: l’italiano è individualista. Sembra che il nostro DNA sia costruito intorno al detto “Ognun per se e Dio per tutti” ed in questo contesto le donne non fanno particolare differenza. Tuttavia noi donne siamo da sempre delle abili tessitrici di relazioni, da sempre gestiamo la fitta rete di rapporti interpersonali (familiari, professionali, di amicizia) dei nostri mariti e compagni e delle nostre famiglie in generale. Perché dovrebbe essere diverso quando le relazioni le gestiamo per noi stesse, per il raggiungimento dei nostri obiettivi? Ed in effetti non è diverso e la realtà di oggi ce lo conferma: l’interesse da parte delle donne italiane per il networking è crescente e la nostra associazione, che fino a tre anni fa vedeva la presenza di donne italiane limitata intorno al 30% delle associate le vede rappresentare oggi un buon 50% (un ottimo risultato considerando le limitazioni legate all’uso quasi esclusivo della lingua inglese). Abbiamo preso coscienza dell’importanza della rete di relazioni per la nostra crescita personale e professionale e guardiamo con attenzione a tutte le iniziative che possono andare in quella direzione. Ciò che ci limita sembra essere il tempo a disposizione. Dalla survey condotta a livello europeo, che ha dato vita alla più recente pubblicazione del EuropeanPWN “Networking – the new Ariadne’s thread” risulta che l’elemento di cui sentono maggiormente la mancanza le donne intervistate è “tempo per fare networking”, tempo da dedicare alla costruzione di relazioni che evidentemente è in competizione con il tempo da dedicare alla famiglia e alla casa. Se questo è il feeling a livello europeo, immaginiamo quale possa essere la situazione a livello italiano, alla luce del grande sbilanciamento ancora esistente in Italia nella suddivisione fra uomini e donne del tempo dedicato alla cura della famiglia e della casa.

D: Cosa manca – sulla base dei dati dell'occupazione femminile in Italia la situazione è peggiore che nel resto d'Europa – al nostro Paese per far spazio alle donne, o cosa manca a noi per prendercelo?

R: I livelli sono diversi in funzione del tipo di ruolo a cui stiamo pensando. Quando ragioniamo sulla base della piramide, le problematiche sono sia di invisibilità dell’impiego sommerso che falsa i dati sia di difficoltà delle donne a trovare una giustificazione economica al lavoro in presenza di figli, data la scarsità di strutture di supporto. Quando la retta del nido o la baby sitter costano più di quello che si guadagna, la decisione di lasciare il lavoro è una logica conseguenza. Quando invece cominciamo a salire nella scala gerarchica e quindi nella responsabilità entrano in gioco altre dinamiche ed è difficile riuscire a capire quali sono gli elementi che incidono maggiormente. Di queste tematiche parliamo tanto, almeno una volta al mese ai nostri eventi, e ancora non riusciamo a dare una risposta univoca.

Da un lato c’è sicuramente la mancanza di vision da parte delle aziende, che volontariamente non lavorano abbastanza per includere e trattenere nei loro percorsi di crescita le donne che:
· rappresentano la metà della cosiddetta “piscina dei talenti (talent pool)”
· sono state istruite, formate, preparate per affrontare posizioni di responsabilità e rappresentano quindi una perdita netta per l’azienda e la società in senso lato
· decidono o influenzano oggi l’80%degli acquisti
Dall’altro lato c’è anche una diffusa tendenza a lamentarsi di situazioni ingiuste senza tuttavia avere la chiara percezione che le situazioni sono determinate dalle persone e dai loro comportamenti e che quindi, in quanto individui che appartengono all’organizzazione, abbiamo in prima persona la possibilità di incidere e cambiare le cose, anche nel nostro piccolo. Torniamo alla sindrome di Cenerentola e alla difficoltà spesso a diventare protagoniste della nostra vita e della vita delle altre donne. È quantomeno paradossale aspettarsi che siano sostanzialmente gli uomini a cambiare la pessima situazione in cui versano le donne. Quante donne abbiamo supportato nel loro percorso di crescita? Dovremmo quantomeno poter rispondere la maggior parte di quelle che ho incontrato nella mia vita professionale.
Per quante di loro abbiamo cercato di essere un modello positivo di riferimento? Dovremmo poter rispondere per ognuna di loro. Quante volte abbiamo insinuato che una donna avesse ottenuto una promozione o un riconoscimento non grazie al merito e alle capacità? Dovremmo poter rispondere mai.