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Occupazione e pensione femminile

Il tema è tornato d’attualità ultimamente, e quindi ho pensato di riproporvi un breve ma interessante articolo dell’Ires sull’impatto della riforma delle pensioni sull’occupazione femminile in Italia. Il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo avrà come principale effetto quello di legare in maniera più decisiva la pensione percepita all’attività professionale svolta nel corso della vita attiva. Questo passaggio – hanno spiegato Odile Chagny e Paola Monperus-Veroni nell’articolo  “Retraites des femmes: une appréciation des réformes en France, en Allemagne, en Italie et en Suède » ( Chronique Internationale de l’Ires, n. 110, gennaio 2008) – avrà particolari ripercussioni sull’offerta di lavoro femminile caratterizzato da maggiore discontinuità lavorativa e più bassa età di pensionamento”. Innanzitutto perché avrà come principale effetto quello di legare in maniera più decisiva la pensione percepita all’attività professionale svolta nel corso della vita attiva.

L’Italia ha recentemente sperimentato il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo. Tale cambiamento avrà come principale effetto quello di legare in maniera più decisiva la pensione percepita all’attività professionale svolta nel corso della vita attiva, secondo una logica già prevalente in Germania. Questo passaggio avrà particolari ripercussioni sull’offerta di lavoro femminile, in quanto le donne conoscono una maggiore discontinuità lavorativa e una più bassa età di pensionamento; esse, dunque, si troveranno ad incrementare notevolmente la partecipazione al mercato del lavoro con l’obiettivo di beneficiare di una rata di pensionamento adeguata. Questo cambiamento strutturale richiederà ai policy maker di trovare soluzioni di politica economica efficienti al fine di facilitare la continuità lavorativa delle donne, quali, ad esempio, facilitazioni alle famiglie, pensioni minime e «contributi figurativi». Le donne rappresentano ad oggi una vasta proporzione dei beneficiari dei dispositivi redistributivi che hanno l’obiettivo di proteggere contro il rischio di povertà nel corso della vecchiaia. Tali dispositivi sono spesso conosciuti come «pensioni minime di vecchiaia» (cioè il reddito minimo da pensione). Nel 2002, in Italia, le donne rappresentavano il 76% dei beneficiari delle pensioni minime. In virtù della maggiore partecipazione futura al mercato del lavoro, le donne beneficeranno sempre meno di tali dispositivi, sebbene le pensioni minime continueranno a giocare un ruolo rilevante laddove il tasso di sostituzione garantisse un reddito da vecchiaia insufficiente. Dunque, alla luce delle recenti riforme pensionistiche, sono le politiche di agevolazione alle famiglie e i cosiddetti contributi figurativi (cioè, nel regime contributivo, misure ad hoc aventi come obiettivo quello di incrementare il montante che dà diritto alla pensione in alcune fasi della carriera, quale la maternità) che dovrebbero essere estensivamente utilizzate per sostenere i redditi da pensione di donne e uomini che per ragioni familiari e di cura hanno interrotto la partecipazione al mercato del lavoro. Tali dispositivi dovrebbero riuscire a garantire maggiore continuità nella carriera lavorativa delle madri e una valorizzazione del montante salariale preso in considerazione per il calcolo pensionistico laddove i contributi versati risultano discontinui a causa della maggiore occupazione delle donne nelle attività di cura.

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