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Leggo e mi arrabbio!

Leggo e mi arrabbio. “La crisi delle donne manager: sull’orlo del successo fanno un passo indietro”. Sull’edizione milanese del Corriere della Sera  di oggi c’è un articolo che riporta il dibattito rilanciato ieri dall’osservatorio sul diversity management della Bocconi. Ricercatori ma anche responsabili del personale di confrontano sui percorsi professionali al femminile. Ma più leggo e più mi arrabbio. Perché le donne – credo,  e i dati raccolti pazientemente dall’Eurobarometro ma anche dall’Isfol lo confermano – sono pronte a fare carriera, eccome! Solo che bisogna ridefinire i modelli attuali sui quali si snoda l’avanzamento di carriera. Certo, se per essere promossi bisogna stare in ufficio 20 ore al giorno -  indipendentemente dall’attività svolta -  o se bisogna essere presenti a tutte le riunioni anche quelle fatte apposta per escludere le mamme (ore 9, orario di ingresso alla materna oppure ore 13:45 orario di uscita o ancora ore 20 ora di cena )  allora certo che vacillano, ma sono state indotte a farlo. Da meccanismi, da regole che però non hanno nulla a che fare con l’efficienza. Ho parlato con molte mamme grazie a questo blog – ancora una volta vi ringrazio per i vostri contributi – e con diverse persone, sociologhe ma anche economiste, imprenditrici e su  questo tutte concordavano: conciliare si può, anche a vertici. Perché non è detto –anzi spesso è il contrario – che lavorare per obiettivi sia meno redditizio che lavorare per ore passate sulla seggiola in ufficio, che fare una riunione in conference call alle 8 o alle 10 sia meglio che proprio alle 9, e di esempi ce ne sono mille (sono aperti i commenti!). Nel mio piccolo entro al lavoro alle 09:30, e l’ufficio è vuoto; non ci sono invece la sera alle 20, quando la presenza è più apprezzata, più visibile perché ci sono i capi. Quindi, molto probabilmente, non farò carriera. Ma non perché non l’ho voluto io. Ogni giorno mi impegno al massimo – la mattina peraltro lavoro meglio, con la calma e il silenzio – e ogni sera vado a casa solo quando sono soddisfatta di aver dato del mio meglio. Ma non nelle ore giuste, forse. Lo ha spiegato bene Giulia Zanichelli, responsabile del servizio risorse umane di Intesa SanPaolo “Se le donne si tirano indietro è prima di tutto perché sanno in partenza che non riuscirebbero a conciliare la famiglia con le nuove responsabilità”. A queste condizioni. Ma se provassimo a cambiare un po’ le regole del gioco?

  • giuliana |

    se n’è parlato tanto, di come sia l’organizzazione delle aziende la principale responsabile dell’esclusione delle donne dai ruoli più importanti. personalmente ho una convinzione: che si tratti di un problema che non può essere affrontato unilateralmente, in altre parole non solo “delle donne”. iniziamo a parlare di famiglia, invece. responsabilizziamo gli uomini, sul loro ruolo di padri. incoraggiamoli a prendere i congedi parentali, abituiamoli all’idea che “i figli si fanno in due” non è solo un bello slogan da recitare quando lo stick indica che sei abbastanza incinta. certo, non è facile, perché mette in crisi tutto un sistema culturale basato proprio sulla differenza nei ruoli all’interno della famiglia. ma finché non si ha il coraggio di affrontare questo problema per quello che è, un problema culturale, sarà difficile che qualcosa cambi. IMHO

  • Flavia |

    A questo proposito mi viene in mente un bellissimo speciale di Tg2 Dossier mandato in onda qualche tempo fa in cui alcune donne di primissimo piano nelle aziende europee (non in Italia, of course) spiegavano con candore invidiabile che nelle proprie imprese (e parliamo di enti pubblici ma anche di multinazionali) gli orari di lavoro, per tutti, sono ferreamente stabiliti in maniera da conciliare gli impegni familiari. Una di queste donne raccontava seraficamente che nella sua azienda le riunioni si svolgono massimo entro le 18: chi prova a fissarle anche solo mezzora dopo viene guardato come un alieno (e forse trattato anche come tale).
    Ho sbagliato Paese, forse.

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