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Flessibilità e precarietà: falsi sinonimi

Mi rendo conto solo ora che in questi giorni la parola “flessibilità” è al centro del dibattito politico – per me lo è da sempre, quando si parla di occupazione femminile – ed ha assunto un’accezione negativa, rispetto al “posto fisso”. Credo che si tratti di un gioco di parole, forse molto immediato ma non semplice. In Italia flessibilità è quasi sinonimo di precarietà, forse perché il mercato del lavoro è tradizionalmente così strutturato che ogni forma più flessibile viene vista come un “di meno” rispetto al modello standard. Invece all’estero la flessibilità è come un miglioramento rispetto al posto fisso, una versione più evoluta e raffinata dell’organizzazione del lavoro. Che i diretti interessati – i dipendenti – chiedono e apprezzano. Ho ripescato, per dare la parola agli esperti, una frase che mi aveva detto il professor Paolo Barbieri (sociologia economica presso la facoltà di Trento): “Abbiamo un problema di precarietà che è diventato tale non tanto perché il mondo del lavoro è diventato più flessibile, ma per COME (istituzionalmente) è stata realizzata tale flessibilità e per come (non) funziona il sistema di welfare, ancora orientato a sovra proteggere i vecchi rischi sociali dei "vecchi lavoratori" industrial-fordisti e totalmente impreparato a fronteggiare i nuovi rischi sociali originati in un mercato più flessibile e che (nel nostro Paese) si concentrano solo su alcuni gruppi sociali” (questo  il link all'intervista pubblicata in gennaio se vi interessa)

Cosa ne pensate?

  • diana |

    non è che in Italia il lavoro flessibile è “visto” come inferiore al posto fisso: allo stato attuale, è davvero inferiore.
    La riprova: accendere un mutuo, ottenere un prestito e così via… praticamente impossibile se non hai qualcuno con un ‘posto fisso’ che garantisca (anche la pensione minima, al limite).
    Non è “inferiore” qualcosa che ha gli obblighi del posto fisso (orari da dipendente) ma meno vantaggi (retribuzione, in primis)?
    Non è “inferiore” qualcosa che si trascina per anni con contratti di 6 mesi in 6 mesi, fino a che decidono che è meglio prenderne un altro con cui ricominciare il ciclo?
    Non è “inferiore” qualcosa che viene usato per coprire mansioni da lavoro subordinato (segretaria, commessa) e spacciato come “progetto”? Non stiamo parlando di lavoretti per studenti, ma di unica possibilità di impiego per molte persone (cfr per esempio la sentenza di Cassazione di aprile 2008 sul caso Solidea di Padova).
    Forse all’estero non è possibile per le aziende avere per anni quote consistenti della forza lavoro con contratti “atipici”, ma qui ammetto la mia ignoranza (e non voglio nemmeno cadere nel solito cliché esterofilo).
    Qualcuno può aiutarmi a colmare questa lacuna?

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