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Perché la flessibilità è un valore per le imprese

 Più flessibilità non significa necessariamente più part-time; aderire a programmi di flessibilità non è un ostacolo alla carriera. Sono questi alcuni dei luoghi comuni che la ricerca – condotta da McKinsey & Company per l’associazione Valore D su 900 manager – aiuta a smascherare, con numeri e casi concreti. Lo studio, che troverete qui in allegato, sottolinea peraltro come a parte il gap culturale che l’Italia sconta rispetto ad altri paesi (all'estero il 36% dei dipendenti – uomini e donne – usufruisce di strumenti di flessibilità contro il nostro striminzito 10%) " occorre rimuovere all’interno delle aziende – si legge – alcuni ostacoli. (…)  E’ infine altrettanto importante stimolare una cultura aziendale del non presidio e del lavoro per obiettivi che, con il coinvolgimento dei top manager, supporti attivamente il cambiamento" . Un vademecum molto prezioso che se nel caso specifico riguarda solo i manager – quindi figure professionali di lato livello – proprio per questo dimostra come anche in posizioni di responsabilità e carichi di lavoro significativi è comunque possibile conciliare vita privata e in ufficio. Questo il sito dell'associazione Valore D e questa la presentazione della ricerca:

Scarica Sintesi ricerca sulla Flessibilità – final


Flessibilità non è solo part-time. I manager che utilizzano strumenti di flessibilità adottano un’ampia gamma di strumenti, ma la domanda prevalente si orienta verso il full-time flessibile (lavoro in remoto e orari flessibili), ossia strumenti che non comportano una riduzione dell’orario di lavoro, ma modalità diverse di lavoro a tempo pieno. Al contrario, il part-time orizzontale e verticale totalizzano soltanto il 19% delle preferenze femminili e il 4% di quelle maschili.  Mi torna in mente la presentazione fatta al seminario tecnico sulla conciliazione (vedi post del 12 ottobre ) dove il rappresentante olandese sosteneva proprio questa tesi, a più amplio spettro (non solo per le manager): "rotto" il tetto di vetro dell'ingresso delle donne nel mondo del lavoro, la prossima sfida di questo Paese all'avanguardia è di non rilegare le donne in lavori di "serie B", part-time ma di farle lavorare e guadagnare tanto, in maniera flessibile però così da poter conciliare famiglia e ufficio. 

Altro mito sfatato grazie a questa ricerca: il timore di ripercussioni negative sulla carriera è spesso infondato. Sebbene si tratti di un timore sentito più spesso dalle donne (il 19% rispetto al 10% degli uomini), l’indagine McKinsey – Valore D dimostra che questo timore non trova conferma nei risultati conseguiti in termini di progressione di carriera: ben il 59% delle donne e il 61% degli uomini vengono infatti promossi nei cinque anni successivi all’adesione al programma di flessibilità.   Peraltro, l’opinione che questi programmi siano inefficaci non trova riscontro nei fatti, poiché la  stragrande maggioranza degli aderenti a questi strumenti (circa il 90%) si dichiara molto  soddisfatto, senza differenze statisticamente significative fra uomini e donne.  Ma la "reticenza " rimane, non solo da parte dell'azienda:  ben il 25% potrebbe potenzialmente utilizzare soluzioni di flessibilità ma non lo fa. O perché teme di compromettere le opportunità di carriera (il 5%) o perché, pur avvertendone l’esigenza, è restio a farne richiesta, per la mancanza di soluzioni ad hoc, per una disinformazione sugli strumenti a disposizione, per una sfiducia nella loro efficacia o perché si sentirebbero discriminati (il 20%). Ecco la prossima sfida: creare una cultura aziendale che sappia valorizzare, diffondere e promuovere best pratice in questo senso.