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Non esistono lavori “maschili”, lo dice la Cassazione

«Sarebbe meglio una gestione al maschile» è una frase diffamatoria. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione (sentenza 10164) che ha spiegato come valutazioni fatte in base al solo genere come parametro discriminante non possano essere tollerate perché sono lesive della dignità della persona e si pagano con la condanna penale ed il risarcimento dei danni.


La sentenza di riferisce ad un'intervista pubblicata su un quotidiano locale di Caserta nel giugno 2002, intitolata «Carcere: per dirigerlo serve un uomo». Già di per sè il titolo è stato ritenuto, sicuramente, offensivo e offensivo è stato ritenuto un passaggio dell'intervista fatta dal giornalista Antonio C. ad un sindacalista della Cisl, Luciano D.M. che, parlando della situazione del Carcere di Arienzo diceva che per la struttura, diretta da Carmela C., «sarebbe meglio una gestione al maschile», senza ancorare questa affermazione a nessun elemento oggettivo. La Cassazione ha stabilito che «si tratta di una dichiarazione certamente lesiva della reputazione della direttrice del carcere trattandosi di un riferimento assolutamente gratuito, sganciato dai fatti, e che costituisce una mera valutazione, ripresa a caratteri cubitali nel titolo, nel quale si puntualizza proprio la necessità (sottolineata dal verbo servire) di affidare la direzione del carcere, comunque, ad un uomo». «In sostanza, la critica che viene mossa alla direttrice – continua la Cassazione – è sganciata da ogni dato gestionale ed è riferita al solo fatto di essere una donna, gratuito apprezzamento contrario alla dignità della persona perché ancorato al profilo, ritenuto decisivo, che deriva dal dato biologico dell'appartenenza all'uno o all'altro sesso».

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