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Se l’Italia non è un Paese per bambini

Italia non è un Paese per bambini
Un interessante articolo del Corriere della Sera di oggi, a pagina 15 a firma di Gabriela Jacomella e Massimo Sideri affronta il problema della natalità in Italia e analizza i pochi e spesso troppo complicati meccanismi di detrazione e sostegno alle famiglie, proponendo un paragone con gli altri paesi europei. Visto che
però sul sito del quotidiano di Via Solferino l'articolo è introvabile – purtroppo questi temi suscitano molta attenzione, ma per un breve periodo di tempo, e poi finiscono nel dimenticatoio – vi ripropongo qui il testo integrale dell'articolo.

L`Italia non è più un Paese per bimbi. Lo dicono le cifre e lo conferma – per molti di noi l`esperienza quotidiana. Circa 46 mila nuovi nati contro poco meno di 57 mila decessi, questo il bilancio Istat di marzo, l`ultimo disponibile. È una curva demografica in costante declino soste nuta grazie al maggior tasso di fertilità degli immigrati.

Ma non è soltanto questione di numeri; o meglio, dietro a quei numeri c`è anche dell`altro.«Una questione di cultura diffusa», sintetizza secco Mario Sberna, presidente dell`Associazione Famiglie Numerose. «La verità è che ci siamo abituati all`idea che questo dev`essere un Paese per vecchi».

Che l`Italia sia altro rispetto a un Paese per bimbi non lo si percepisce solo per strada, costretti a fare la chicane tra tubi di scappamento ed esigui e malmessi marciapiedi. O, ancora, nei parchi pubblici ingolfati di smog e rumori, nelle liste d`attesa per un asilo nido o nella disperata ricerca sul web di qualche attività per superare il weekend. Chi si appresta a diventare genitore è bene che sia in forma per affrontare l`Olimpiade della vita: conciliare famiglia, lavoro e un minimo di serenità. Una vita in affanno che rischia di trasmettersi involontariamente sulla psiche del bambino.

Ma percezioni sociologiche a parte, sempre opinabili e sempre a rischio di smentita, c`è anche la riprova della burocrazia e della finanza: basta dare un rapido sguardo al pacchetto di bonus bebè italiani per perdersi in una confusa e complessa ingegneria di crediti, fondi agevolati e aiuti fiscali che non riescono a convincere i neo-genitori che un aiuto concreto ci sarà. Certezze? Poche, anzi nessuna. Perfino il nuovo «prestito per i nuovi nati» – 5 mila euro da restituire in 5 anni, interessi agevolati – mostra le prime crepe:

tra spese di gestione e burocrazia, la convenienza va spesso a farsi benedire. E comunque non sono certo gli assegni garantiti dagli altri Paesi. Un prestito, per quanto agevolato, va sempre restituito.

E in fretta. Tanto per dire: se avesse contezza di sé e del denaro, il bimbo venuto al mondo in Gran Bretagna potrebbe già sorridere per quel conto bancario da 25o sterline aperto per lui da Sua Maestà e al quale potrà accedere una volta maggiorenne. E anche per quelle 8o sterline al mese che riceverà per 16 anni. Cash, contanti e senza vincoli di reddito familiare. Non agevolazioni fiscali (che pure ci sono). È la stessa cosa in Germania che però è un caso: il neo-bebè di passaporto tedesco riceve il «Kindergeld», l`assegno da 184 euro al mese per 25 anni, un discreto gruzzolo che dai 18 anni in poi può anche incassare direttamente. Dal terzo fratellino l`assegno passa a 1go euro per poi saltare a 215 euro dal quarto in poi. E il reddito dei genitori? Non cambia nulla, tutti ne hanno di- ritto. E il pacchetto di sgravi fiscali annui per famiglia supera i 7 mila euro. Insomma, il figlio alleggerisce effettivamente la voce costi incidendo positivamente sul budget delle famiglie. Eppure, dicevamo, la Germania è un caso: lì l`equazione più incentivi concreti uguale più bambini non funziona. Con 8,1 nati nel 2009 per ogni mille abitanti la Germania ha uno dei tassi di natalità più bassi non solo in Europa ma al mondo. Quello dell`Italia è 9,5. Quello della Francia 12,7, quello della superprotetta Finlandia con il programma «Kela» è 11,3. La Gran Bretagna viaggia sui 12,8, fino ad arrivare al 15,8 dell`Islanda. Tutti dati Eurostat.

Sembra quasi che il freddo aiuti le nascite. Anche quello dell`Islanda è un caso studiato: il boom demografico degli ultimi due anni, battezzato come il fenomeno dei kreppa babies (letteralmente i figli della crisi), è stato alimentato da un welfare e da una struttura di protezione sociale che rende molto più complesso il licenziamento di dipendenti incinta e molto più ricchi gli assegni per i bambini erogati da un fondo statale che, non a caso, ha già rischiato il crac.

E il bambino italiano? Solo uno su sei riesce ad accedere ai Kindergarten, i nidi. Il 16% contro il 29% francese e il 33% dì obiettivo europeo. E questo nonostante (o forse grazie) ai 727 milioni di finanziamento statale del triennio 2007-2009 e all`apertura dei primi asili nido in strutture pubbliche, come il Cnr. «Ma i servizi, tutto sommato, sono un aspetto che subentra in un secondo, momento; il privato sociale è in grado di allestirli e strutturarli. No, qui il problema è meramente e brutalmente di natura finanziaria e fiscale». La sintesi è di Antonio Affinità, direttore generale del Moige (Movimento Italiano Genitori). Non propriamente un gruppo di pasdaran anti-governativi, diciamo. Eppure è proprio da loro che arriva un invito, tra il serio e il faceto, ai futuri papà e mamme dello Stivale: «Alla luce della nostra esperienza quotidiana, di quello che ci raccontano dalla base, a chi vuole fare un figlio consigliamo di andarsene in Francia».

Per carità, un contributo in contanti c`è anche in Italia, 129,79 euro di tetto massimo al mese ma solo per le famiglie che hanno almeno 3 figli e un reddito inferiore ai 23,3 mila euro. E il sogno dell`automatismo degli altri Paesi: qui bisogna accedere al contributo con una penosa e lun- ga burocrazia, scadenze e moduli. Per tutti poi ci sono piccoli sgravi fiscali legati al reddito. Ma anche qui non dimenticatevi di fornire i dati, ogni anno, all`azienda. Altrimenti addio.

Il modello francese rimane un sogno e un riferimento, un universo di cui spot. «Che hanno comunque la loro utilità, intendiamoci. Ma non riescono a far uscire dalla soglia di povertà le famiglie numerose: stando ai dati Eurostat di novembre 2009, peggio di noi è messa solo la Romania. Il fatto è che questi interventi hanno effetti irrisori: il bonus per il gas e l`energia elettrica fortemente voluto da Giovanardi, per esempio, ha messo in tasca alle famiglie l`equivalente di mezzo caffè al giorno…». Affinita rilancia, «siamo all`ultimo posto a livello di Pil per il sostegno alle famiglie, all`ultimo per natalità.

Sono gocce in un mare di inadempimenti sostanziali». Le buone pratiche ci sono, nessuno lo mette in dubbio. Ma arrivano, in gran parte, dagli enti locali. I buoni scuola della Regione Lombardia, il «quoziente familiare» di Parma, il bonus famiglie numerose di Brescia (riservato, però, solo a chi è residente da almeno 5 anni…). A livello nazionale, invece, l`elenco delle promesse fatte e poi (in tutto o in parte) disattese è una filastrocca che non fa addormentare i bambini, e tiene svegli i genitori: «Il quoziente familiare, le tariffe non in funzione del consumo ma delle persone che stanno dietro al contatore, i libri scolastici che dovrebbero durare 5 anni e invece anche questa volta ci è toccato cambiarli…», snocciola Sberna.

La litania si arresta per carità di patria, e quando gli si chiede come mai queste richieste – apparentemente ragionevoli – cadano inascoltate, Sberna scuote la testa, «in Italia siamo 52 associazioni per circa 3 milioni di famiglie, piaccia o non piaccia abbiamo anche organizzato un Family Day (nel 2007, ndr). I politici di oggi erano tutti in prima fila, e il risultato qual è stato?». Per il governo di oggi, la replica spetta a Carlo Giovanardi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle politiche perla famiglia: «Sarebbe facile dire "stanziamo 20, 30, 6o milioni di euro"… Poi però bisogna andare da Tremonti e chiedergli, in tempo di crisi, dove li recupera».

Detto questo, la questione di partenza per Giovanardi è un`altra: «Gli interventi sono talmente frastagliati, tra Comuni, Regioni e Stato, che ci manca una visione complessiva. A metà novembre terremo a Milano la seconda Conferenza Nazionale sulla Famiglia; lì spero di essere in grado di quantificare quale sia la spesa pubblica per la famiglia in Italia, un dato che nessuno conosce»..

I. i prestiti ai nuovi nati? «Si dica quel che si vuole ma nei primi mesi senza che lo strumento fosse conosciuto ne abbiamo erogati 7mil_a, prima si finiva dagli usurai»