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Mamme a casa, mamme in ufficio: è davvero un aut-aut?

In America è da tempo aperto un vivace dibattito  tra le Sahm – le stay at home moms – e le Wohms – Work outside home moms – ripreso oggi anche da Io Donna (pagina 80).  Tra chi cioè ha scelto di seguire i figli in prima persona (il lavoro forse più duro ed impegnativo !) e chi invece non è disposto per i figli a rinunciare alla propria sfera professionale. Come se fosse un aut-aut definitivo, una scelta totalizzante, che si potrà forse – e il condizionale è d'obbligo – rivedere solo sul medio termine.  Un dilemma ben riassunto già  l'estate scorsa nel libro dal titolo emblematico: "La stagione delle cattive madri" di Meg Wolitzer: quattro amiche inseparabili, quattro brillanti professioniste in erba che hanno però deciso di essere madri a tempo pieno, brave e buone. Affrontando con fatica ogni giorno un difficile – a volte impietoso – confronto con altre mamme grintose, di successo. Bellissima una frase in cui Amy (ex avvocato) si chiede "Ma perché a New York la prima domanda che ti fanno è: cosa fai, e se per caso ti azzardi a rispondere la mamma lo sguardo imbarazzato dell'interlocutore si rivolge subito altrove?"
Ma il libro va oltre la dicotomia, affrontando un altro saliente aspetto del problema, che nel riduttivo dibattito di questi mesi non è preso in considerazione: il ritorno. Cioè il momento in cui le mamme che hanno fatto una scelta coraggiosa e qualche volta incompresa – quella di seguire i figli – decidono di dire basta. I figli sono cresciuti, ed è giunto il tempo di ritornare  alla "vita reale", professionale. Ma il confronto  è un duro colpo per tutte loro, che si sentono vecchie, inadeguate e che solo con molta pazienza (skill che hanno imparato tra le mura domestiche) e un po' di fantasia si sanno rimettere in gioco. Ed è proprio questo per me lo snodo cruciale: le mamme che non mollano, alcune di loro almeno, non lo fanno perché sono "uome" che copiano modelli di leadersip al maschile, donne per le quali al primo posto c'è la realizzazione professionale e il figlio è solo un elemento di conferma del loro status personale. Alcune di loro lo fanno perché devono lavorare, per motivi economici, e per il terrore che se mollano non riusciranno mai più a rientrare nel mercato del lavoro. E così si adeguano, tengono duro tra continui sensi di colpa e di inadeguatezza, sia su un versante che sull'altro. E questo terrore è giustificato dai numeri (vedi posto di pochi giorni fa) : in Italia il tasso di occupazione si riduce anche di un terzo dopo la nascita del primo figlio, ma non segue la ripresa fisiologica che si registra negli altri Paesi europei all'aumentare dell'età dei figli: una linea che cala e poi resta piatta. Come dire: hai fatto la tua scelta? Sei fuori, e lo resterai anche quando tuo figlio è ormai al liceo.
Forse in questo la crisi ha un lato b (come ho già definito questo periodo) , cioé di destrutturare degli schemi ormai tropo rigidi e lontani da una realtà complessa, in continua evoluzione . Ormai dal mercato del lavoro si entra e si esce (anche se spesso purtroppo non per scelta propria) , non esiste più – all'estero peraltro è giudicata in maniera negativa – la consuetudine di rimanere 20 anni nello stesso ufficio, nè esiste più un solo modo di lavorare. E questo può facilitare gli stop-and-go, di cui alcune mamme sentono il bisogno, cioè la possibilità di prendersi un periodo per seguire i figli senza sentirsi in colpa. E quindi senza odiare quelle che invece vogliono continuare a correre. E vice versa dare la possibilità a quante corrono per paure di rimanere indietro di rallentare, sapendo che non è una decisione senza ritorno. E non ci si vergognerà più quando sul cv ci sarà un "buco" di uno o più anni, periodo nel quale si potranno descrivere tutte le qualità umane e relazionali sviluppate. Così come si fa spesso all'estero, e non solo per la cura dei figli: in molte multinazionali un anno sabbatico per fare il giro del mondo in barca a vela, o per testare la propria abilità in altri campi è un segno positivo di intraprendenza, di capacità di fare le proprie scelte.

 

 

 

 

 

 

 

 

  • diana |

    se in alcune (molte?) aziende con soli 5 mesi di assenza per maternità riaccolgono la neo-mamma con un ‘ohh sei tornata! e adesso cosa ti facciamo fare?!’ [come se aver partorito un figlio fosse un format c:\ di tutte le competenze pregresse…], cosa possiamo aspettarci dalle aziende dopo 5 anni di assenza dal mondo del lavoro? 😉

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