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Aliquota rosa: liberare le donne dalle catene domestiche per chiuderle in azienda?

Sono stata ieri ad un interessante incontro organizzato da ValoreD, dove Andrea Ichino ha presentato i primi risultati di una ricerca dal titolo emblematico: "Un dito tra moglie e marito: quanto incide la famiglia nelle scelte professionali". In sostanza molto, perché c'è ancora in Italia una "condanna biologico-culturale" – sostiene il professore, dati alla mano – che fa sì che la donna abbia di fatto due lavori e che quello decisionale di responsabilità sia tra le mura domestiche (ma non pagato e spesso non riconosciuto). Una donna lavora infatti in media il doppio rispetto ad un uomo in casa (+2,3 ore in più la settimana), anche  quando – e questo sorprende – ha un ruolo manageriali in azienda (+3,2 ore la settimana).

Un'analisi "provocatoria", che presenta un nuovo punto di vista sull'occupazione femminile: il problema non nasce tanto in azienda, ma a casa. Da qui la proposta di un'aliquota rosa, cioè di una tassazione differenziata che incentivi le donne a lavorare fuori casa, ad assumere ruoli professionali remunerati. Con il vantaggio diretto, di breve termine, di aumentare il reddito famigliare disponibile e con benefici di medio – lungo periodo per tutto il Paese in termini di maggiori entrate fiscali, ma anche di maggiori consumi e di innalzamento del livello di istruzione dei figli.  Apprezzo il rigore metodologico, condivido parte dei risultati ma mi resta una perplessità di fondo:  siamo sicuri che liberare tempo passato in casa per trasformarlo in tempo passato tra le quattro mura dell'ufficio sia la soluzione? Una domanda sollevata ieri anche da Chiara Bisconti, hr manager di San Pellegrino "prestata" alla politica come Assessora al Benessere, Qualità della vita, Sport e tempo libero del Comune di Milano. Una persona che io ammiro molto e che da sempre propone di scardinare il binomio taylorista (nefasto!) tempo passato in ufficio = carriera. Perché sottende un modello di crescita professionale basato sul presenziassimo, sul minutaggio e non sulla qualità. E che quindi è nefasto non solo per le mamme – che hanno legittime aspirazioni (e non si tratta per forza di un cliché da rinnegare) di seguire i figli – ma tutte le persone vivaci ed intelligenti che vorrebbero coltivare altri interessi. Di qui l'importanza cruciale di sviluppare nuove modalità di lavoro non solo in casa ma anche in azienda, che permettano di raggiungere un miglior work ife balance


Approfondendo i contenuti della ricerca, il professore ha spiegato:  "E' nelle famiglie  che nascono quelle disparità che si perpetuano poi nel mercato del lavoro". Perché se un'azienda sa che tanto è la donna a pensare alle incombenze fuori dall'ufficio, sarà più restia ad assumerla o a valorizzarla, la sua priorità non è (solo) il lavoro. Una risorsa potenziale che non può pero'  essere utilizzata al meglio, se non si "libera" dalle catene domestiche. E siccome un cambiamento culturale – che pur è in atto – verso una maggior condivisione dei carichi domestici è molto lento, allora è necessario introdurre un correttivo. Insomma, laddove non è un ragionamento teorico sulla parità a far cambiare le cose, lo può fare "il vil denaro":  più donne in ufficio -e quindi per forza uomini più coinvolti in casa – perché conviene. E anche quando è così gli stereotipi sono duri a morire: se infatti il partner viene promosso, la donna aumenta di più (+17 minuti) rispetto al partner  il suo contributo in casa, l'uomo solo di 4 minuti. C'è tanta strada da fare, basta trovare la direzione giusta.