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Chi sono le 5mila mamme che ogni anno si dimettono? E quante di loro ritornano a lavorare??

La fascia d'età più critica per le donne nel mondo del lavoro è quella tra i 36 e i 45 anni di età, quando -  dopo aver consolidato la propria posizione professionale – decidono di fare un figlio: spesso la scelta si rivela "fatale" e sbocca nelle dimissioni. Una perdita anche per l'azienda visto che si tratta quasi sempre (nel' 83% dei casi) di donne con un anzianità professionale di almeno 5 anni – che quindi hanno già accumulato know-how – e legate al proprio lavoro: il 49% era molto o perlomeno abbastanza (44%) soddisfatta dell’impiego da cui si è dimessa.

Le donne neo-mamme che prendono questa difficile decisione sono istruite e lo fanno per la possibilità di conciliare i tempi di vita e di lavoro.  Per la metà delle lavoratrici (59%) questo binomio diventa inconciliabile già con il primo figlio, mentre un'altra consistente percentuale (36%) abdica con la nascita del secondo, in base all'interessante analisi curata dall'Associazione Irene, e promossa dalla Consigliera Regionale di Parità della Regione Lombardia, "Maternità e occupazione: a quali condizioni?".   La ricerca non solo ha "fotografato" il profilo delle donne dimissionarie, ma ha anche indagato cosa ne è di loro a distanza di 3-6 anni da quella scelta. I risultati non sono confortanti: solo una su due 52% ha ritrovato un lavoro, mentre l'altra metà (il 48%)  è ancora a casa. La giovane età (meno di 35 anni), la laurea e il fatto di non aver fatto altri figli nel frattempo sono tre fattori determinanti nel favorire il reingresso nel mercato del lavoro.  Insomma, se la maternità è vissuta come "incidente di percorso" in età ancora abbastanza giovane e non si ripete l'errore, c'è ancora una chance di ritrovare lavoro….Una cosa accomuna però chi rientra e chi resta fuori: la discriminate è la possibilità di avere orari di lavoro flessibili, ancora prima che l'accesso ad infrastrutture.  Scarica Dimissioni donne lombarde ricerca Irene


Dalle 855 interviste condotte tra le madri dimissionarie  (a partire dai dati sul monitoraggio biennale della forza lavoro maschile e femminile nelle aziende con più di 100 dipendenti) emerge che "in occasione della nascita di un figlio, la riorganizzazione della famiglia con due percettori di reddito tende a garantire la condizione occupazionale e la continuità lavorativa dell’uomo. Il superamento degli stereotipi legati alla suddivisione in base al genere delle responsabilità di cura dei figli, seppur emergente, sembra ancora fortemente riferito e circoscritto al “tempo di non lavoro” del padre". Infatti se da un lato la quasi totalità del campione delle neo mamme (86%) ha dichiarato che il compagno è presente e condivide i carichi di cura, dall'altro è anche vero che  solo per il 6% dei padri questa condivisione si è tradotta in una reale modifica dei tempi di lavoro, attraverso l’accesso al congedo parentale. Il periodo di congedo di paternità è stato effettivamente usufruito solo da 48 padri (6%), pur essendo 9 famiglie su 10 a conoscenza di questa opportunità. Per i padri che hanno beneficiato del congedo, si è trattato generalmente di un periodo inferiore ai 10 giorni (16 casi) o comunque ai 45 giorni (15casi). Solo in 17 casi il congedo è stato superiore a due mesi.

E di fatti anche al rientro nel mercato del lavoro – per chi ce la fa – è la donna a "sacrificarsi" e a ridurre l'orario, accettando anche riduzione di stipendio. Per il 58% delle lavoratrici il rientro nel mercato del lavoro si è caratterizzato per una riduzione dell’orario di lavoro rispetto ala precedente condizione occupazionale. Tale dato indica che l’esigenza delle madri di orari di lavoro più flessibili trova risposta solo in una riduzione dell’orario (passaggio al part-time) e più difficilmente in una riorganizzazione flessibile del lavoro.