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La diversità come fattore competitivo in azienda

Altro che intangibili, i così detti softskill dei collaboratori sono oggi l’asset più prezioso per le aziende che vogliono innovare e competere.  Cambiare prospettiva e lanciare nuove sfide è l’approccio con cui Luisa Bagnoli, amministratore delegato di Beyond International ha fondato l’iniziativa The Power of New Culture. Un gruppo di aziende e professionisti selezionati che si incontrano con regolarità per fornire spunti d’interpretazione dei fenomeni in essere e delle tendenze implicite del mercato.

L’ultimo incontro è stato proprio dedicato ai “softskill” : di fronte al’attuale congiuntura economica e all’inesorabile  cambiamento dei processi produttivi, cosa dobbiamo mettere al centro oggi sul fronte delle competenze? Quale profilo di manager può riuscire a portare un’organizzazione a competere?”

“In uno scenario economico complesso – ha spiegato  Lorena Capoccia, Presidente Esecutivo Assidai e speaker della serata – vincere la competizione dipende dalla capacità delle  aziende di innovarsi per rispondere a un mercato in continuo cambiamento. Gli imprenditori e i top manager lungimiranti stanno adottando nuovi modelli organizzativi, che frequentemente supportano la differenza di genere,  creatrice di sviluppo economico, grazie all’apporto di nuove competenze e comportamenti”.

Finita quindi l’era dell’omologazione, dei “percorsi standard” di crescita in azienda? Decisamente sì per il professore Enzo Baglieri, docente di Gestione dell’Innovazione e della Tecnologia presso la SDA Bocconi, altro relatore della serata. Perché uno dei tre elementi fondamentali per vincere la sfida della competitività e dell’innovazione è proprio l’introduzione di nuove figure in campo, giovani, con talenti diversi da quelli dominanti nelle organizzazioni, per facilitare un approccio “ambidestro” alla gestione. La diversità – nella sua più amplia accezione – come fattore competitivo all’interno dell’azienda, ma anche per sviluppare un nuovo approccio verso i clienti: “è necessario – ha spiegato il professore – una revisione dei modelli di business  tradizionali, troppo spesso ancora rivolti a spingere il prodotto verso il cliente e non a portare il cliente verso il prodotto”.

 Ma le aziende sono pronte a riconoscere e valorizzare figure non tradizionali, magari con “buchi” nel CV o esperienze professionali eterogenee? “Le aziende da sole ancora fanno fatica, ma una delle nostre responsabilità è il coraggio nella consulenza. Quindi – ha spiegato Luisa Bagnoli- insegnare al cliente a valorizzare le esperienze implicite di un “salto” nel cv o di un periodo di apprendimento non tradizionale. Rischiando anche un suo momentaneo disappunto”

Ma se la gestione personalizzata è un fattore-chiave per aumentare la produttività dei collaboratori e dell’azienda, c’è bisogno di manager in grado di saper coordinare al meglio le proprie risorse. I nostri manager sono pronti? La formazione – anche in periodi di ristrettezza di budget – diventa un asset importante? “Il training ha un ritorno calcolabile sul ROI, specie quando è gestito sin dall’inizio in maniera chiara – ha precisato ancora l' a.d. di Beyond International . Il coaching – che all’interno di un progetto di training con una visione chiara può rappresentare la chiave di svolta-  ha un impatto sull’individuo e sulle sue dinamiche aziendali. Visibile. Ma oggi occorre partire dalla definizione dei nuovi valori aziendali, per poi esplicitarli, comunicarli e verificare come e quanto le nostre persone siano on board.  Se non facciamo questo, stiamo comunicando one way e giustamente non saremo ascoltati”